Montesquieu è vissuto tra il 1689 e il 1755 ed è considerato il fondatore della economica politica. Ai suoi tempi si assisteva al rischio di una sovrapposizione totale della politica sull’economia, dovuta all’uso spregiudicato della banca pubblica e delle concessioni monopolistiche. Per Montesquieu erano quindi le ricchezze finanziarie, capaci per loro natura di superare ogni frontiera, le uniche forze che potevano contrapporsi alla tirannia.

Dall’epoca di Montesquieu tante cose sono cambiate. Numerose innovazioni tecnologiche hanno condizionato l’evoluzione della società. La finanza ne ha beneficiato prima della politica, tanto da diventare il vero “quarto potere” dei nostri tempi. L’attenzione da parte di tutti i recenti governi italiani ed europei all’evoluzione dei tassi di interessi sui titoli dei loro debiti pubblici, l’attenzione costante dei media allo spread, le difficoltà del nuovo governo giallo-verde a “mettere a terra” una manovra economica che non è piaciuta ai mercati finanziari sono tutte manifestazioni di questo primato della finanza sulla politica.

Da quando negli anni Ottanta del secolo scorso, i politici hanno sposato la deregolamentazione dei mercati economici tramite la globalizzazione, la liberalizzazione dell’attività finanziaria, il passaggio da una vigilanza diretta a una indiretta (per cui tutto ciò che non è espressamente vietato è possibile), le trasformazioni sul sistema economico e nei mercati finanziari sono state rilevanti e non necessariamente tutte positive. Nel sistema economico la vita per alcune grandi società della old economy è diventata troppo confortevole, mentre alcune società della new economy hanno rapidamente conquistato quote di mercato diventato leader mondiali per capitalizzazione (es. Google, Facebook, Apple, Microsoft). Nei settori industriali dei principali paesi le prime 4/5 aziende controllano oltre i due terzi del mercato totale. La loro quota di mercato dal 2000 è cresciuta al ritmo del 3% all’anno e conseguentemente i profitti sono saliti del 76% oltre la loro media degli ultimi 50 anni relativa al PIL. The Economist ha calcolato che il totale dei profitti abnormi ammonti a livello mondo a 660 Miliardi di dollari, più di 2/3 dei quali sono prodotti da società USA, 1/3 da società tecnologiche.

potere dei mercati finanziari nel mondo
Centri economici e finanziari nel mondo

I mercati finanziari invece sono cresciuti in modo abnorme ed hanno iniziato a condizionare oltre misura le strategie delle società, le scelte di politica fiscale delle istituzioni politiche, i processi di crescita delle nazioni, la sostenibilità delle politiche dei loro governi, condizionando da ultimo le posizioni dei partiti e dei leader politici. Nel 2015, il valore delle attività finanziarie mondiali a fine anno aveva raggiunto 741 trilioni di dollari, il Prodotto Interno Lordo mondiale i 77 trilioni. Un terzo circa di questa massa finanziaria (249 trilioni) era costituito da attività riferibili alla produzione di beni e servizi (azioni, obbligazioni, prestiti bancari), mentre 492 trilioni erano rappresentati da strumenti derivati. A fine 2017 il valore totale delle borse quotate aveva raggiunto il valore del PIL totale, ma ancora peggio secondo recenti dati ESMA il valore nozionale dei derivati avrebbe raggiunto al 2018 i 660 trillioni di dollari, ben oltre i livelli pre-crisi del 2007.

Si è creata una società polarizzata, dove convivono ricchezza e diseguaglianza: principalmente a causa di un processo tecnologico che favorisce una redistribuzione del reddito senza precedenti, riducendo i salari reali, sganciandoli dalla produttività e mettendo a rischio la sopravvivenza della classe media, vera componente distintiva delle società capitalistiche avanzate. Dall’inizio del secolo – al contrario di quanto accaduto nella seconda metà del Novecento – il reddito di impresa viene allocato per circa il 35% al lavoro e il 65% al capitale. La Banca Mondiale ha stimato che, se l’uguaglianza tra nazioni è cresciuta, è anche di molto aumentata la diseguaglianza all’interno dei singoli paesi.

Lo spread e la percezione dei mercati

L’attuale livello di attenzione che dobbiamo riservare allo spread è una rappresentazione chiara di quanto una finanza sviluppatasi oltre misura non sia utile allo sviluppo di politiche economiche alternative rispetto alle dottrine dominanti. Come abbiamo visto in questi ultimi mesi, è bastato che il nuovo governo italiano proponesse una manovra non conforme all’opinione corrente affinché si incrementasse in modo significativo lo spread tra il rendimento dei nostri titoli di stato e quello dei titoli tedeschi. L’incremento del rendimento dei titoli di stato italiani ha aumentato la pressione sulle banche, facendo crescere il rischio di una mancanza di capitale mentre sono all’orizzonte scadenze impegnative quali il rimborso dei finanziamenti BCE e il rinnovo delle obbligazioni bancarie in scadenza (entro il 2020 ce ne sono circa 267 Miliardi). I titoli di stato rappresentano il 10% degli attivi delle banche italiane. L’aumento dei tassi di interesse, diminuisce il valore di tali titoli obbligando le banche, grazie al nuovo principio contabile IFRS9, a contabilizzare delle perdite. E’ stato calcolato che in caso di aumento dello spread oltre 400 punti base numerose banche italiane sarebbero costrette ad attivare nuovi aumenti di capitale. Nel frattempo la tensione sui mercati finanziari ha determinato per le banche anche un aumento del costo del finanziamento, così se ISP e UCG (le nostre banche più grandi e solide) ad inizio anno emettevano obbligazioni a tassi intorno al 1,8% annuo, al momento sulle nuove emissioni devono riconoscere interessi nell’ordine del 3,5% annuo.

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Come l’aumento dello spread incide sull’economia

Nell’attuale contesto insomma, ciò che conta è la percezione e la risposta dei mercati finanziari alle dichiarazioni dei manager di aziende private o pubbliche più che la sostanza delle manovre adottate. Questo principio vale sia per l’azione dei CEO delle grandi società quotate, che hanno oramai compreso sulla loro pelle quanto sia importante “gestire le aspettative e le percezioni dei mercati”, sia per i governi, soprattutto quelli dei paesi maggiormente indebitati.

Il futuro delle democrazie e del capitalismo

Abbiamo affrontato 4 crisi negli ultimi 10 anni: la crisi finanziaria dei mutui subprime, che ha riguardato soprattutto gli USA; la crisi economica, che dagli USA si è riflessa in Europa; la crisi dei crediti inesigibili, che ha riguardato soprattutto l’Italia essendo un paese con sistema industriale banco-centrico; la crisi del sistema capitalistico e del ruolo degli operatori finanziari. Le prime 3 sono state risolte, la 4° crisi è ancora in corso e dovremo trovare le ricette nel futuro.

Nell’editoriale di copertina di The Economist del 23 novembre 2018 si prevede una prossima rivoluzione nel modello di capitalismo. Il settimanale sostiene che è necessaria una vera e propria rivoluzione, la quale riduca i profitti abnormi di oggi delle grandi società e dei grandi capitalisti, ripristini sui mercati condizioni di sana competitività e consenta ad una nuova classe imprenditoriale di creare attraverso l’innovazione una nuova forma di capitalismo. Per rendere possibile questa missione servono alcuni interventi di natura strutturale. In particolare viene proposta una ricetta in 3 fasi che potrebbero riportare i profitti delle aziende USA a livelli fisiologici e far beneficiare della crescita dei ricavi anche i lavoratori nella misura stimata di un incremento dei salari del 6%. Primo, le norme sulla proprietà intellettuale andrebbero riviste per favorire l’innovazione e non proteggere gli incumbents. Ciò significa dare la possibilità a nuovi imprenditori dell’area tech di potere usare i dati e le informazioni oggi a disposizione solo delle big companies dell’informatica. Secondo, i governi dovrebbero ridurre le barriere all’ingresso, eliminando i vincoli sviluppati dalle lobby delle grandi aziende, quali clausole di non concorrenza, autorizzazioni all’esercizio di nuove attività e regolamentazione complesse. Terzo, le norme antitrust andrebbero riviste per il 21° secolo. A quanto previsto dal The Economist andrebbero aggiunti interventi di riforma anche sul funzionamento dei mercati e degli intermediari finanziari, quali ad esempio la revisione degli incentivi per i manager delle aziende, in modo che siano maggiormente premiati sulla creazione di valore e lavoro più che sulla remunerazione del capitale, l’introduzione di imposte sulle transazioni tese a ridurre la dimensione dei mercati finanziari e da ultimo la specializzazione degli intermediari in diversi ambiti della finanza: gestione degli investimenti per conto terzi, corporate ed investment banking, finanziamento dei privati, etc.

Ma chi potrebbe realizzare un pacchetto così ampio di riforme? Gran Bretagna ed Unione Europea non hanno più la forza di un tempo, mentre le sorti economiche della Russia sono quasi esclusivamente legate al business del gas, di conseguenza le uniche due super-potenze che potrebbero riuscire in tale impresa sono gli USA e la Cina. Gli USA sono stati i padri fondatori delle attuali normative sul funzionamento della globalizzazione e dei mercati finanziari, ma hanno recentemente visto crescere principalmente l’economia cinese e stanno progressivamente perdendo il primato nella finanza. La Cina ha beneficiato a lungo della globalizzazione, ma recentemente ha subito le nuove politiche protezionistiche dell’amministrazione Trump, mentre sul fronte della finanza ha una regolamentazione ancora in fase embrionale e il fenomeno dei derivati nei bilanci delle sue banche che sta crescendo a ritmi significativi. Esistono le condizioni affinché proprio sul terreno della riforma del sistema capitalistico e dei mercati finanziari si possa costruire una nuova alleanza tra queste due superpotenze che possa segnare in senso positivo il destino delle nuove generazioni. E’ bastato che sabato 1 dicembre a Buenos Aires il presidente USA Trump e quello cinese Xi Jin Ping trovassero un accordo di tregua sui dazi per riattivare lunedì 3 dicembre i mercati finanziari di tutto il mondo e la nostra borsa è quella che ne ha beneficiato di più. Forse il futuro del capitalismo potrebbe passare proprio da loro.

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Cina e Usa

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