Questo è un frame di una campagna pubblicitaria del 2018 di una famosa azienda automobilistica giapponese pubblicato su Twitter, il video mostra scene di guida quotidiane di un pilota con una gigantesca emoji al posto della testa.

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E tu. che emoji usi? (technicavita.org)

A sostituire le espressioni di un attore una ben più efficace facciona gialla per poter far immedesimare più persone possibile. Non proprio.

Di questo stesso spot sono state pubblicate 83 versioni differenti.

Ogni versione ha un attore con un’emoji diversa e un contesto emotivo differente, poiché ogni versione è indirizzata ad utenti vari e specifici, selezionati secondo criteri differenti dalle solite campagne di marketing. Non più elementi come età, sesso, area di residenza, gusti ed interessi. Ma sono state le emoji stesse a determinare la distribuzione di questi spot per i differenti “target” [nda. bersagli]. A Toyota infatti è bastato collezionare giusto alcuni dati sull’utilizzo delle faccine digitali nel social di Twitter per capire a quali utenti indirizzare ciascuno spot.

Tutto inizia nel 2016, quando il social dei cinguettii introduce la possibilità di accedere ai dati sull’uso delle emoji dei propri utenti, proprio in procinto del primo World Emoji Day ( qui la nota ufficiale). Già allora dal 2014 erano state twittate 110 miliardi faccine e il famoso e rinomato Oxford Dictionary ne aveva scelta una in particolare come “parola” del 2015. Ciò le elevava ufficialmente a moderno geroglifico in grado di contenere al loro interno un significato ben definito che non necessita di spiegazioni.

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Oxford Dictionary, Word of the Year, 2015 (pixabay.com by Conmongt)

Dimmi che emoji usi e ti dirò cosa desideri

Emozioni, oggetti, animali, sport, azioni, abbigliamento, architettura, arte, meteo e cibo, soprattutto cibo, pensando a tutto ciò che si può dire con un’emoji non è difficile concepire quale potere guadagna chi è in grado di sapere quali emoji usiamo.

Una nota azienda che produce pizza non avrà più bisogno di geni del marketing. Le basterà sapere chi ha usato l’emoji della pizza ultimamente per sponsorizzazioni mirate.

Questo ha sicuramente rivoluzionato le pubblicità ed ha affilato l’arma delle sponsorizzazioni targetizzate [nda. in italiano: pubblicità mirate ad uno specifico pubblico di consumatori che secondo determinati criteri di selezione, sono più propensi a comprare e/o interagire con un bene di consumo]. Dando alle aziende un vantaggio incredibile rispetto al passato, che non limita a profilare i propri possibili consumatori secondo le loro personalità. Ma estende la classificazione ad emozioni momentanee ed immediate. Questo succedeva ormai due anni fa ed è molto probabile che già altri social facciano lo stesso tenendo sotto controllo le corde dei nostri cuori per aiutarci ad avere una better user experience [nda. una migliore esperienza per l’utente] quando navighiamo nei siti e troviamo proprio ciò che stavamo desiderando quel giorno o pochi istanti prima.

Questo articolo non vuole evocare atmosfere Orwelliane (poiché l’autore ci tiene a specificare che i servizi gratuiti online non sono mai veramente omaggi ma vengono pagati dagli utenti tramite i loro dati). Semplicemente vuole chiedere ai propri lettori di riflettere sull’utilizzo che essi fanno della rete e fare una domanda:

“Pensate che sia invadente e inopportuno catalogare tra i vostri dati anche le vostre emozioni?”

Leggi anche: “Lo scenario del digital marketing


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