I beni culturali beneficiano da molti anni della rivoluzione digitale. Siamo sicuri che il settore abbia compreso fino in fondo le possibilità di questa rivoluzione? Siamo sicuri che il fine ultimo condiviso di chi operi del settore digitale sia distribuire conoscenza e identità sociale basata sul patrimonio storico artistico della nostra Europa?

Troppo spesso il settore si focalizza su di una catena del valore che parte dalle tecniche di digitalizzazione, passando a  quelle di processo per ottenere oggetti digitali fruibili, per poi saltare direttamente alle informazioni di dominio costruite dagli esperti del settore ed utilizzate come contenuti  In mezzo c’e un anello mancante intorno al quale non si sia ancora ragionato abbastanza e si sia fatta poca ricerca: “I linguaggi propri delle immagini e dei suoni di natura digitale”.

Linguaggio significa l’articolazione delle forme dell’audiovisivo ricostruite in funzione della possibilità di manipolare immagini, suoni, riprese, commistioni dell’uno e dell’altro, nuovo ed antico integrati e non sommati uno all’altro come pezzi separati di un sistema. Questo anello mancante nella catena del valore può generare empatia, conoscenza e identità.

Musei narranti, mostre, installazioni di successo sono quelle che applicano la catena del valore completa fino all’impatto con l’utente finale. In questo caso gli accademici saranno i fornitori dell’informazione, registi e sceneggiatori saranno i narratori, la tecnologia consentirà a nuovi prodotti e servizi per la cultura di emergere. L’intuizione di un artista, la conoscenza scientifica, le possibilità tecnologiche occorre che siano integrate in una nuova metodologia: la progettazione culturale.


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