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Reputazione online e SEO: coppia perfetta

La nostra reputazione online è fondamentale, qualsiasi settore in cui operiamo, non c’è verso: ho bisogno di qualcosa, voglio sapere chi sei e cosa fai, cerco su Google. Attenzione, anche cercassi su ChatGPT, Perplexity e chi più ne ha ne metta, sempre da un contenuto nelle prime posizioni del motore di ricerca si estrapola l’informazione. Non siamo nelle prime posizioni? Peccato, qualcuno parlerà di noi al posto nostro. Ed è la SEO a permetterci, ancora oggi, di crescere nella pagina di ricerca di Google, acquisire la nostra reputazione online quando siamo ai primi posti evitando ci siano altri per noi, aumentare la nostra possibilità di fare business.

Dico ancora oggi ma dovrei dire: finché ci sarà un motore di ricerca non potrà che essere così.

Se sei ai primi posti, la tua reputazione online cresce

Conquistare le prime posizioni nella categoria per la quale si vende il proprio prodotto e servizio fa referenza, fateci caso. Genera un bellissimo effetto a catena:

  1. inizi a posizionarti nelle prime posizioni per gli intenti di ricerca del tuo settore;
  2. le persone cliccheranno maggiormente il tuo contenuto;
  3. inizieranno a conoscere il tuo Brand e la tua affidabilità nell’informazione;
  4. cominceranno a seguirti ovunque, non solo su Google;
  5. molto probabilmente si iscriveranno alla tua newsletter;
  6. a quel punto ti cercheranno direttamente per il nome del tuo Brand.

Ed essere primi, oggigiorno, non si fa più da soli, è un lavoro continuo e imperterrito di verifica dell’usabilità e velocità del proprio sito, posizionamento ottenuto, contenuti scritti, revisionati, ampliati, aggiornati, modificati e, a volte, eliminati. Non solo, sempre di più è un lavoro che richiede occhi ovunque: cosa stanno facendo quelli dell’advertising sopra la nostra testa, come siamo a link dall’esterno verso l’interno, quanto siamo seguiti sui social, quali contenuti vengono cliccati maggiormente dalla nostra newsletter e, quindi, piacciono di più al nostro pubblico preferito, quanto siamo conosciuti offline.

La SEO non è solamente “sistemo il sito web e metto due contenuti“, se vogliamo avere una reputazione online che si rispetti dobbiamo pensare a un vero e proprio presidio della pagina di ricerca, dobbiamo puntare a sbaragliare la concorrenza e dobbiamo avere tanta cura di chi viene a comprare da noi.

Fare SEO significa conoscere il proprio pubblico

Per la nostra reputazione online dobbiamo avere un pubblico fidelizzato, che ci ama, che è così contento di noi da supportarci con condivisioni, commenti, iscrizioni alla newsletter, passaparola. Ed è chi fa SEO che conosce infinitamente bene il pubblico, perché studia il comportamento di ricerca dello stesso, sa cosa vuole e quando, come lo vuole trovare e quanto tempo ci spende per farlo. Chi fa SEO conosce il vocabolario di chi cerca, ha la capacità di comunicare per essere compreso, studia il miglior modo per servire il contenuto nel più breve tempo possibile. È vicino al pubblico tanto quanto coloro che si occupano di social media marketing (tant’è che io li tratto sempre insieme).

Non solo, fare SEO significa conoscere vita, morte e miracoli del proprio competitor perché, ogni giorno, online è proprio su di lui che si misura ogni risultato: ci sono nuovi contenuti, vengono create nuove pagine promozionali, ci sono delle modifiche strutturali che aumentano l’usabilità, si cresce per alcuni intenti di ricerca e per altri no, sono tutte informazioni a portata di SEO strategist.

Con l’avvento delle AI e la possibilità di risparmiare del tempo per operazioni di routine, per persone come me, sarà più semplice immergersi nello studio degli accadimenti nella pagina di ricerca, diventando un valido aiuto per tutti gli altri canali di conversione. Noi sappiamo precisamente quando stiamo perdendo reputazione online e quando qualcuno, invece, sta crescendo al posto nostro.

Anche solo semplicemente perdendo traffico dalle keyword di brand che, indirettamente, fanno sempre parte di una strategia SEO che si rispetti, lo scrivevo sopra, man mano che si è conosciuti, il pubblico smette di cercarci per parole chiave generiche e punta al nostro brand.

Del resto, è semplice, chi cercherebbe mai le mitiche Stan Smith dell’Adidas chiamandole soltanto sneaker bianche?

Giulia Bezzi

Se non conoscete le Stan Smith, please, recuperate velocemente, per me sono le scarpe più belle in assoluto, perfette da utilizzare con tutto, persino tailleur eleganti. Per le persone “Sporty Spice“, come mi definisco io, sono semplicemente perfette e il rapporto qualità prezzo è da paura. [Adidas, ora ti tocca prendermi come Brand Ambassador, vedi te che razza di promo che ti ho appena servito su piatto d’argento].

Cosa dobbiamo fare per la nostra reputazione online con la SEO allora?

Ci si mette l’anima in pace e si pensa ad avere un sito web tirato a lustro, studiato nei minimi dettagli, senza avere fretta di “tirarlo su” proprio come con la casa in cui si va ad abitare: se ci dicessero che ci mettono 20 giorni per consegnarcela non avremmo paura ad entrarci?

Per poter avere un sito web da paura si dovrà creare spazio perché l’agenzia SEO o la web agency che ci segue possa:

  • intervistarci per capire bene cosa facciamo;
  • reperire tutto il materiale possibile e immaginabile per scrivere contenuti che non siano “guarda online cosa c’è e copia“;
  • fotografare e pensare a video meraviglia per tutti quei prodotti e servizi che senza non hanno nessun appeal;
  • rifarlo ogni volta che la nostra web agency richiede supporto.

Una volta online il sito web meraviglioso super SEO oriented, inizia il lavorìo, continuo e imperterrito, per accrescere la nostra reputazione online, visto che dobbiamo apparire come i migliori nel nostro campo, per cui minimo della pena:

  1. nuovi contenuti per esaurire tutti gli intenti di ricerca puntuali e correlati sul nostro argomento;
  2. aggiornamento dei vecchi contenuti, perché il mondo cambia e, se non siamo Socrate, cambia anche il nostro punto di vista attorno al mondo, il nostro prodotto e servizio e, spesso, il nostro pubblico;
  3. eliminazione o archiviazione di risorse, così come ci si evolve così si perde interesse e buttare via budget crawler (tempo speso da Google sul nostro sito web per valutarci e darci soddisfazione con qualche posizione in più) per ciò che non ha più nessun interesse per il pubblico è dannoso;
  4. mantenere il nostro sito web in manutenzione, così come si chiama l’idraulico ogni tot a casa, si fa fare il controllo dei fumi, si sistema il campanello e si cambia la lavatrice, così accade in un sito web, Google modifica costantemente la sua richiesta per le performance, perché il pubblico è sempre più esigente.
Google

Ciliegina sulla torta per la reputazione online sta nel presidiare tutti i fattori esterni al sito web: dagli altri siti web che parlano di noi fino alla nostra comunicazione social, ricordandoci che abbiamo sempre più bisogno di fidarci, di conoscere i volti dietro un brand, di saperne le storie e sentirci vicini a quel modello. Google parla costantemente di EEAT – Esperienza Competenza Autorevolezza Affidabilità come valore intrinseco di un Brand che gode di ottima reputazione online, e c’è un solo modo per raggiungere “High Quality”: metterci la faccia, perché siamo esseri umani, empatici, e abbiamo bisogno di riconoscerci per acquistare.

Chiudo rispondendo ad una domanda importante

è possibile farlo velocemente, a buon mercato, utilizzando qualche risorsa interna a cui posso sganciare la patata bollente? La risposta è no.

Giulia Bezzi

Siamo in un mercato competitivo, sempre più ricco di contenuti, in cui aumentano le complessità e i canali di conversione, oltre ai touch point del nostro pubblico prima dell’acquisto. Il web non è per tutti e non lo è da un pezzo. Chi continua a farla facile sta prendendo in giro se stesso, i professionisti suoi colleghi, colui al quale venderà il proprio servizio e il potenziale pubblico che verrà, forse, a conoscenza del Brand.

Ho sempre pensato che se vogliamo avere una buona reputazione online dobbiamo cercare di essere irreprensibili, con una comunicazione affascinante, un sito web calamita e, se questo non possiamo permettercelo, allora è meglio stare in silenzio.

Con tutto l’affetto e la voglia di contribuire alla consapevolezza digitale vi lascio qui il mio “Quanto costa un progetto SEO” per farvi un’idea dell’investimento e vi abbraccio immensamente!

Avete sentito parlare di Visual Positioning System (VPS)?

Il VPS (Visual Positioning System) è una funzione di Google Maps che aiuta a superare le principali difficoltà del sistema di posizionamento globale (il caro “vecchio” GPS) e fornisce posizioni sempre più precise. Il VPS consente ad un dispositivo, come uno smartphone o un drone, di determinare la propria posizione e il proprio orientamento nel mondo fisico utilizzando indicazioni visive.

Utilizza algoritmi di computervision per analizzare le immagini provenienti da una fotocamera o da un altro sensore ottico e le confronta con un database di posizioni o caratteristiche note.
Potremmo “sfruttare” questo nuovo tools nel mondo advertising in tanti modi:

  • creazione di oggetti virtuali che interagiscono con gli utenti in tempo reale, come la visualizzazione di prodotti in diverse varianti o l’interazione con personaggi animati;
  • invito alla prova virtuale utilizzando la fotocamera del dispositivo mobile del cliente, per vedere come i prodotti si integrano negli ambienti (casa, ufficio, …);
  • posizionare banner pubblicitari virtuali su un muro di un edificio o un prodotto virtuale sugli scaffali di un negozio;
  • inviare annunci pubblicitari mirati in base alla posizione dei clienti, offerte speciali o promozioni ai consumatori che si trovano nelle vicinanze di un determinato punto vendita;
  • creare esperienze immersive come tour virtuali di un negozio o di un’esperienza di acquisto online, consentendo agli utenti di esplorare gli oggetti virtuali in modo interattivo e sempre più “realistico”.

Che ne pensate?

E’ arrivata FinGPT

Era questione di tempo ma è arrivat*: FinGPT è un progetto open source che vuole democratizzare i dati finanziari sparsi nel mare di internet per fornire a ricercatori e professionisti delle risorse per sviluppare FinLLMs (Financial Large Language Models) e costruire così nuovi prodotti finanziari.

Riuscire ad addestrare una rete neurale artificiale con molti parametri ha subito suscitato un notevole interesse nel campo finanziario.
Tuttavia, l’accesso a dati finanziari di alta qualità rappresenta una delle sfide più grandi per i FinLLMs.

Mentre modelli proprietari come Bloomberg GPT sfruttano i dati proprietari, FinGPT adotta un approccio centrato su dati liberamente accessibili.

Su quali fonti online si basa FinGPT?

  • Notizie finanziarie: siti come Reuters, CNBC e Yahoo Finance sono ricchi di notizie finanziarie e aggiornamenti di mercato.
  • Social media: piattaforme come Twitter, Facebook, Reddit, Weibo e altre offrono una vasta quantità di informazioni in termini di sentiment pubblico, argomenti di tendenza e reazioni immediate alle notizie finanziarie.
  • Dati societari: i siti delle autorità di regolamentazione finanziaria, come la SEC negli Stati Uniti, offrono accesso alle dichiarazioni delle società.
  • Tendenze: siti come Seeking Alpha, Google Trends e altri blog con focus sulla finanza forniscono accesso alle opinioni degli analisti, alle previsioni di mercato, al movimento di titoli specifici o segmenti di mercato e a consigli di investimento.

Le potenziali applicazioni di FinGPT e FinLLMs

  • Consulenza
  • Trading algoritmico
  • Analisi finanziaria
  • Gestione del portafoglio
  • Valutazione del rischio

Questo è solo l’inizio. Essendo open source, FinGPT continuerà a stimolare l’innovazione, democratizzare i FinLLMs e sbloccare nuove opportunità nell’ambito dell’open finance.

Ci si potrà fidare? Sicuramente non adesso, ma in un futuro…

Il progetto è (stato) sviluppato dalla Columbia e New York University (Shanghai). Cosa c’è di meglio di un video per capire al volo? Eccolo: https://www.youtube.com/watch?v=CH3BdIvWxrA. Il sito principale di FinGPT: https://ai4finance-foundation.github.io/FinNLP/#iii-models

Contatti su LinkedIn? Non ci sono amici

Il titolo è un po’ forte lo so. Lo spunto arriva da una domanda che mi hanno fatto qualche giorno fa durante un corso (grazie Make It So – Formazione & Consulenza). “Dovrei aggiungere i miei amici ai miei contatti LinkedIn?”. Argomento delicato, nel rispondere si rischia di essere male interpretati. Proviamo a ragionare.

I contatti su LinkedIn devono (dovrebbero):

  • essere utili dal punto di vista professionale
  • aiutarci a raggiungere l’obiettivo
  • portare a possibili sviluppi

L’interesse reciproco può nascere per:

  • uno scambio di conoscenze
  • cerco qualcosa che tu mi puoi offrire
  • posso aiutarti con le mie competenze
  • nella tua rete puoi presentarmi qualcuno

E potremmo continuare…

Se cerchiamo lavoro gli amici FORSE sono un ponte verso qualcuno che può offrirci un lavoro (come dice Mark Granovetter ne “La Forza dei Legami Deboli”). Ma in tutti gli altri casi per me la risposta è no.

Se non ci sono interessi professionali, gli amici su LinkedIn non dovresti aggiungerli. Quale vantaggio potrei avere dall’aggiungere l’amico con cui il Venerdì bevo lo spritz?

Può sembrare un ragionamento egoista ma secondo me non lo è.
Non siamo su LinkedIn per passare il tempo ma per investirlo.

Ci relazioniamo con le persone per ragioni professionali, l’amicizia è qualcosa che può arrivare di conseguenza. Anzi è auspicabile che ciò avvenga, renderebbe i rapporti professionali molto più semplici.

Non ho la verità in tasca, questo post è solo un modo per aprire un dibattito. Mi piacerebbe tanto conoscere la tua opinione.

L’impatto della musica sul cervello: un’intensa armonia tra suoni e mente

L’impatto della musica va oltre le nostre emozioni. In questo articolo, esploreremo l’influenza della musica sul cervello umano, su come i suoni possono influenzare i nostri stati d’animo, la nostra salute mentale e fisica, il processo di apprendimento e persino il nostro movimento.

Qual è la tua canzone preferita? La band che ti piace di più? Musica classica o hard rock? Queen o Beatles? Rondo o Shiva?

Come la Musica Stimola il Cervello e le Emozioni

La musica è un potente mezzo di comunicazione che coinvolge il cervello e le emozioni in modo unico. Studi scientifici hanno dimostrato che ascoltare musica attiva diverse aree cerebrali legate alla memoria, all’emozione, all’attenzione e alla coordinazione motoria. La musica evoca emozioni intense e stimola reazioni emotive profonde, spaziando dalla gioia alla tristezza, dalla serenità alla tensione. È utilizzata come terapia per gestire lo stress, l’ansia e il dolore. Inoltre, migliora le capacità cognitive, stimolando la memoria di lavoro, la coordinazione motoria e la creatività. L’ascolto musicale durante lo studio o il lavoro favorisce la concentrazione e aumenta la produttività.

La Musica come Strumento Terapeutico per il Cervello

La musica si sta rivelando un potente strumento terapeutico per il cervello, secondo le ricerche scientifiche. L’ascolto musicale può ridurre lo stress, l’ansia e la depressione, potenziando il benessere mentale attraverso la produzione di sostanze chimiche del cervello associate al piacere. Nella neuroreabilitazione, la musica favorisce il recupero motorio e la comunicazione dopo un trauma cerebrale.

Inoltre, viene impiegata nel trattamento di malattie neurodegenerative come l’Alzheimer e il Parkinson, stimolando la memoria e il movimento. La pratica musicale migliora le abilità motorie, cognitive ed emotive, coinvolgendo diverse parti del cervello e promuovendo la sua plasticità. La musica si configura quindi come una terapia accessibile ed efficace per il benessere mentale e la salute del cervello, offrendo un’esperienza coinvolgente ed emotiva.

Come la Musica Potenzia la Memoria e le Capacità Cognitive

La musica ha dimostrato di potenziare la memoria e le capacità cognitive, secondo recenti ricerche nel campo delle neuroscienze. L’ascolto musicale attiva le regioni cerebrali coinvolte nella memoria, nell’attenzione e nell’apprendimento, migliorando la capacità di memorizzazione. La pratica di uno strumento musicale stimola diverse abilità cognitive e favorisce la concentrazione. Inoltre, la musica promuove la plasticità cerebrale, creando nuove connessioni neurali e migliorando le abilità creative e di problem solving.

Il suo effetto positivo sull’umore e lo stato emotivo crea un ambiente favorevole all’apprendimento e alla memorizzazione. Ascoltare musica durante lo studio o il lavoro aumenta la concentrazione e la produttività. In conclusione, la musica rappresenta un alleato potente per potenziare la memoria e le capacità cognitive, attraverso l’attivazione cerebrale, la stimolazione della plasticità e l’influenza positiva sull’umore. Sfruttare il potere della musica può favorire una mente attiva e una migliore performance cognitiva nella vita quotidiana.

L’Effetto della Musica sulla Coordinazione Motoria e il Benessere Fisico

La musica ha un impatto positivo sulla coordinazione motoria e il benessere fisico. Studi dimostrano che l’ascolto di brani stimolanti migliora la coordinazione dei movimenti e la precisione. La musica sincronizza il ritmo interno del corpo con quello esterno, diventando un supporto per la danza e altre attività. Inoltre, riduce lo stress e l’ansia, stimolando la produzione di endorfine, favorendo così la resistenza fisica e riducendo la fatica durante l’esercizio.

La musica viene utilizzata nella riabilitazione fisica e negli allenamenti sportivi per migliorare le prestazioni. La sua capacità di sincronizzare, ridurre lo stress e promuovere il benessere la rende un’alleata preziosa per il miglioramento delle abilità motorie e uno stile di vita sano. Quindi, la prossima volta che ti alleni o ti muovi, non dimenticare di mettere le cuffie e lascia che la musica ti guidi verso il benessere.

Articolo a cura di: Niko De Notarpietro e Alessandra Petrea Denisa – Liceo Classico Colasanti – Civita Castellana

Realtà virtuale come esperienza di apprendimento?

C’è da storcere il naso dopo così tanti anni di aula a progettare attività con corde, bastoncini, carte, fili di lana, …che portino: i team a organizzarsi in modo efficiente; le persone a comunicare in modo efficace; il singolo a riflettere sui propri comportamenti. Eppure la realtà virtuale è l’esperienza che permette di osservare tanto quanto le altre esperienze con un elemento in più e forse più potente.

Le emozioni sono amplificate, sollecitate da ciò che si vede, si vive completamente immersi, non isolati ma con gli altri e dall’esigenza di riuscire a comunicare ciò che vediamo a chi ci è vicino, per raggiungere un obiettivo comune e condiviso.

Lo scetticismo iniziale di alcuni partecipanti è cosa buona: fa sì che ci sia un approccio cauto, critico, esploratore per cui l’importante è non dire di no a priori quanto permettersi di ricredersi.

Questo è quello che emerge nei feedback finali da chi ha partecipato e chiede di dare ancora una sbirciatina a altri scenari.

Un’altra avventura con IDEGO – Psicologia Digitale per un corso di comunicazione efficace e grazie a Simone Barbato che ha sottolineato come tutto questo sarà a breve nella vita quotidiana così come è stato per gli smartphone.

L’azienda stessa, nel settore del lusso, ne ha riconosciuto il valore non solo per le competenze soft viste in aula, ma anche per la progettazione di corsi tecnici che allenino le persone ad apprendere la parte della produzione del prodotto.

La parte centrale dell’esperienza non è l’esperienza ma il de-briefing in cui si lavora per:

  • osservare cosa ha funzionato e cosa no
  • riflettere su quali comportamenti si attivano anche nel contesto professionale grazie all’uso di un gioco, un’esperienza, una metafora
  • individuare le nuove azioni da fare subito dopo l’aula e prendere l’impegno nel tempo per agire un cambiamento.

La triste risposta all’ingresso delle AI nel mio mondo digitale

Di giorno in giorno, vedo il proliferare di consigli su come utilizzare le AI per preparare le proprie strategie di posizionamento organico: dallo studio degli intenti di ricerca alla strutturazione delle architetture dei siti web. Dopodiché, mi sono arrivati dei preventivi tra le mani di chi vende, ancor peggio di prima, contenuti un tanto al chilo SEO oriented che poi, si dice, vengano controllati da freelance prima di essere pubblicati.

È fare disinformazione, eppure la stessa ChatGPT dica chiaramente che, non avendo accesso alle informazioni sui volumi di ricerca, ctr, cpc e tutte le metriche utili per struttura una strategia per il posizionamento organico, non può supportare in questa attività. Per ora.

[NdR dico sempre “per ora” perché “sempre in movimento il futuro è” diceva il saggio Yoda, e ci credo così tanto che ce l’ho tatuato sul braccio]

PER ORA, NON È POSSIBILE QUINDI:

  • strutturare una strategia basata sugli intenti di ricerca maggiormente efficaci;
  • ottimizzare contenuti SEO oriented;
  • verificare se i competitor sono ben posizionati su Google e per quali query, con che keyword, secondo quale intento di ricerca e per quale pagina nello specifico;
  • verificare l’andamento del nostro posizionamento organico rispetto ai competitor.

CERTO, si possono ottimizzare i tempi di scrittura sostituendo i “freelance” che prima scrivevano fandonie a grammatica opinabile. Che duro l’italiano, maremma…

CERTO, possiamo tutti propinare contenuti banali perché abbiamo educato che “tanto i contenuti non vengono letti”, nonostante tutti si possa vedere il traffico organico di blog o magazine con un semplice strumento di analisi.

CERTO, se prima si sguazzava in un mondo di mediocrità ora si sguazza in un mondo frattale di mediocrità, immettendo nel web contenuto AI generato e zero controllato per educare le AI a mantenere il nostro livello medio basso, replicando il modello frattale all’infinito.

QUAND’È CHE, INVECE, PASSIAMO AD USARE LE AI per liberare tempo per attività a scarso valore aggiunto e ci concentriamo ad educare il mercato digital a lavorare sul business del nostro cliente o di noi stessi perché abbiamo finalmente tempo per produrre meraviglia online?

Apple: come fare 1 miliardo di dollari in 4 giorni

Quasi 250mila conti aperti nel giro di una settimana, un miliardo di dollari depositati nei primi quattro giorni. Come già sai, Apple ha lanciato il suo conto di risparmio in collaborazione con Goldman Sachs e l’impero di Apple Finance. In nemmeno una settimana, sta correndo già velocissimo.

I dati non ufficiali di Forbes, ripresi dal Sole24Ore, dicono che, solo durante il primo giorno, gli americani vi abbiano depositato 400 milioni di dollari.

E l’operazione, per ora, ha anche il freno a a mano: il conto di risparmio Apple è limitato agli utenti statunitensi possessori di Apple Card (la carta di credito lanciata qualche anno fa dalla società californiana).

Il rendimento annuale è del 4,15%, più alto di tutti i competitor: Citi Bank, ad esempio, ha un tasso del 3,85%, Discover del 3,75%, American Express del 3,75%, Barclays del 4%; la stessa Goldman Sachs offre un rendimento più basso rispetto a quello della Casa di Cupertino: il 3,90%.

Qual’è la strategia di Apple? Accelerare nei servizi finanziari? Può essere, ad oggi contiamo:

➡ Apple Pay
➡ Apple Cash
➡ mPOS
➡ Apple Card
➡ Apple Pay Later
e ora… ➡ Apple Savings.

La velocità con cui il brand corre è impressionante. É vero che, come tutte le fintech del caso, aprire il conto deposito è una operazione velocissima, molto bella e che regala una “esperienza” (come dicono i guru) entusiasmante ma, alla fine, checchè se ne dica, la gente è opportunista, non è così “think different”, guarda al soldo. Posso guadagnare di più così? Ottimo. Me lo dice Apple? Lo faccio subito.

Da seguire con attenzione le prossime mosse.

Management e cecità al cambiamento

Conoscete il fenomeno “change blindness”? Guardando il video del mitico Kevin Parry (seguitelo, crea filmati davvero unici) mi è tornato in mente questo fenomeno risultato da un’attenzione selettiva in cui il cervello si focalizza su alcuni elementi ignorandone altri nell’ambiente visivo circostante.

Questo fenomeno è stato scoperto e descritto da diversi psicologi sperimentali, tra cui Ronald A. Rensink, J. Kevin O’Regan e David J. Simons.

Nel contesto aziendale, la cecità al cambiamento può essere particolarmente problematica poiché l’ambiente economico e tecnologico sta cambiando rapidamente e le imprese che non si adattano rischiano di diventare obsolete o di perdere competitività.

Se ci pensate bene anche in azienda può manifestarsi in molte forme, ad esempio:

⛔️ Resistenza da parte dei dipendenti a nuove tecnologie, procedure o processi aziendali.
⛔️ Manutenzione di prodotti, servizi o modelli di business obsoleti.
⛔️ Rifiuto di adottare nuove idee o di implementare nuove strategie.
⛔️ Mancanza di capacità di adattamento alle nuove esigenze del mercato o alle richieste dei clienti.

Per superare queste situazioni si potrebbero adottare una serie di strategie, tra cui:

✅ Promuovere una cultura dell’innovazione e dell’apertura al cambiamento all’interno dell’organizzazione.
✅ Coinvolgere i dipendenti nei processi di cambiamento e fornire loro le informazioni e le risorse necessarie per adattarsi.
✅ Monitorare costantemente le tendenze del mercato e le tecnologie emergenti per identificare opportunità di cambiamento e adattamento.
✅ Collaborare con partner esterni o esperti del settore per sviluppare nuove strategie e soluzioni innovative.
✅ Implementare un processo di miglioramento continuo per mantenere la flessibilità e la capacità di adattamento dell’organizzazione.
 
Adattabilità al cambiamento (sempre più veloce) sarà la grande sfida dei prossimi anni!

Forse dovremmo portare più “Gigi il mago del cacciavite” nelle scuole

Ogni anno escono migliaia di “Professionist* del digitale” dalle Università. Qualcuno riuscirà a farsi strada nel mondo Big Company partendo da “stagista sovramasionato” per arrivare a “manager sovrastressato”. Altri (la maggior parte) finiranno per diventare L’INTERO UFFICIO MARKETING di Metalmeccanica s.r.l. oppure, Dio abbia pietà di loro, freelance che fanno post un tanto al chilo.

Fatto sta che tutte quelle slide piene di case history di successo, o roboanti fallimenti di comunicazione, sono ben lungi da quello che andremo veramente a fare una volta appesa la nostra corona d’alloro in cameretta.

Torniamo a “Gigi il mago del cacciavite” che vuole vendere con i social, che pensa che gli unici costi legati al web siano quelli relativi al modem, che compone il 98% del tessuto imprenditoriale italiano e che, per forza di cose, assorbirà il 90% della forza lavoro dalle Università.

Ecco…

Nessuno ti prepara a gestire Gigi, neanche buona parte dei pragmatici corsi post-laurea che ti ritroverai spintanemente a seguire quando capirai che la mole di pagina fotocopiate che hai studiato, mal si applicano al “mondo reale”.

E allora dai, se sei un professore spiegalo, se sei uno studente richiedilo.

La case study di Coca-Cola non deve sparire perchè comunque ispira, ma Gigi lavora con marketing geolocalizzato a 3Km di raggio. È tutta un’altra roba.