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Cosa significa fare SEO e come lavora un motore di ricerca?

L’obiettivo di questo articolo è come sempre incuriosire, fornire conoscenza e spunti di riflessione per chi vorrà approfondire l’argomento SEO. Molti definiscono la SEO come una “scienza”, che racchiude in sé arte e filosofia, ma cosa significa in pratica e come opera un motore di ricerca? SEO è l’acronimo di Search Engine Optimization: ottimizzazione per i motori di ricerca.

Obiettivo delle azioni SEO è puntare al miglioramento del posizionamento di un sito internet (o di un contenuto specifico) all’interno dei risultati di ricerca di un motore (Google, Bing, Baidu, Yahoo, Yandex, ecc.). I risultati di ricerca di un motore vengono presentati all’utente in una pagina detta SERP (Search Engine Results Page –  tranquillo è la pagina di Google!).

SEO

Quando digiti qualcosa di tuo interesse sul motore di ricerca ottieni una serie di risultati, che possiamo dividere in due categorie:

  1. risultati a pagamento: selezionati tramite campagne pubblicitarie (gli “Annunci Sponsorizzati”).
  2. risultati organici: mostrati sotto a quelli a pagamento (o per primi, in assenza di annunci sponsorizzati per l’argomento cercato). Questi sono i risultati che si ottengono proprio grazie al lavoro di ottimizzazione del sito internet tramite azioni SEO.

Come funzionano i motori di ricerca?

L’unica certezza che abbiamo sui motori di ricerca è che nessuno conosce come funzionano. Non esiste un algoritmo, ne esistono migliaia, ergo, nessuno può garantire nulla sul posizionamento. Perché questa certezza?

Perché se ci fosse una sola persona che conoscesse il funzionamento dei motori diventerebbe in breve tempo ricchissima, riuscendo a posizionare ogni contenuto/sito al primo posto nella SERP. Quindi, se qualcuno ti contatta per offrirti un servizio di posizionamento con la certezza di essere “Primi su Google” ti sta prendendo in giro. Regolati di conseguenza.

Ma cosa fa un motore di ricerca?

Tramite azioni continuative di esplorazione, il motore di ricerca analizza il web, ovvero miliardi di pagine web tutti i giorni e le acquisisce, confrontandole con pagine web che trattano gli stessi argomenti. Le cataloga per argomento e le indicizza (gli dà un’importanza, un ranking), per restituire all’utilizzatore della rete il miglior risultato possibile rispetto alla ricerca che ha effettuato per quel determinato argomento.

Nel fare questo lavoro, continuo, entrano in gioco un numero incredibile di variabili che influenzano sostanzialmente i risultati delle esplorazioni e di conseguenza la catalogazione (indicizzazione) ed il posizionamento dei contenuti/siti all’interno delle SERP.

Serch

Dietro l’attività di SEO ci sono ore ed ore di lavoro, anche in ambiti disciplinari molto diversi tra loro, con un solo obiettivo comune: migliorare il posizionamento organico in SERP. Questo perché più ci si trova in alto nella lista dei risultati, maggiori saranno le possibilità che un utente clicchi e venga a visitare il tuo sito.

In questo contesto vale un po’ quanto detto sul posizionamento di prodotto (infatti si usa la stessa terminologia): o sei primo o sei secondo, il terzo già conta poco? Ebbene qui le cose vanno più o meno allo stesso modo. Considera che la possibilità di ottenere un click per una data ricerca per i primi tre risultati organici è dell’80%. Dal quarto in poi restano le briciole.

Cosa significa fare SEO? Le regole base

La prima cosa da fare è analizzare il sito (o progettarne la sua costruzione, se lo si deve creare da zero). Si tratta di una parte fondamentale dell’intero lavoro di SEO. Un sito ottimizzato è la base di partenza di tutte le altre attività. Siti con pagine interne “nomesito.it/123” o similari non danno alcun valore al sito, né sono utili all’indicizzazione da parte dei motori di ricerca. Viceversa pagine interne nominate in relazione all’argomento che contengono aiutano i motori di ricerca a catalogare e posizionare correttamente quel contenuto.

La scelta di contenuti e keywords

Realizzato il sito (la struttura) occorre scegliere i contenuti e le relative keywords per cui vorremmo fosse posizionato. Il consiglio è iniziare nel modo più tradizionale possibile: brainstorming. Da questa riunione deve scaturire:

  • una lista di contenuti e keywords;
  • che porterà a sinonimi delle parole chiave dell’argomento;
  • per poi inserire nelle nostre keywords le categorie a cui appartiene il prodotto;
  • le sottocategorie, studiando magari anche come si posiziona la concorrenza.

Alla fine otterremo una nuvola di parole chiave. Questa sarà la nostra “nuvola armonizzata” che utilizzeremo ogni volta che dovremo posizionare un prodotto, utile anche per impostare le campagne di advertising sui motori di ricerca.

All’interno delle pagine vanno posizionate le keyword individuate per quello specifico argomento, meglio ancora se alcune di queste fanno da “anchor text”, ovvero contengono al loro interno un link che riporta ad un approfondimento ancora più verticale dell’argomento.

Questi link possono essere interni al sito stesso (altre pagine in cui magari quell’argomento è stato approfondito), oppure esterni, portare cioè su un altro sito (in questo caso meglio se si tratta di un sito molto autorevole che tratta quello specifico argomento).

Fondamentale, per poter catturare l’attenzione degli utenti, inserire all’interno del nostro sito dei contenuti multimediali (audio, video, foto). Nell’inserire questo tipo di contenuti occorre “taggarli” con il maggior numero di informazioni possibili, in modo da poter essere riconosciuti dai motori di ricerca. Un conto è l’utente che fruisce di quel contenuto (e lo capisce) per come lo ascolta, lo vede.

Altro è l’analisi del motore di ricerca fatta da un software, che di un’immagine non capisce nulla, se non che si tratta di un file .jpg! Occorre quindi riempire tutti quei campi che sono a disposizione nel momento in cui inseriamo il contenuto, ad esempio il “titolo” della foto (una cosa è “DCM180.jpg” altra “bambino che mangia il gelato”), il campo “descrizione”, il campo “didascalia” e quello “testo alternativo”.

Contenuti foto e video

Google ha una sezione di ricerca dedicata ad “immagini” ed una “video”, molto più utilizzate di quanto si crede. Come pensi che vengano indicizzate le foto se non attraverso il testo che le accompagna? Un’immagine od un video indicizzato contribuisce al traffico del sito, esattamente come un contenuto testuale.

Curare ed ottimizzare la qualità dei contenuti e la loro unicità sono forse i due fattori più importanti di un’azione SEO. Quando parliamo di qualità, intendiamo sia nei confronti dell’utente finale che del motore di ricerca (ricorda sempre che sono due concetti diversi!).

Il più grosso errore che si possa fare in ottica SEO nella fase di inserimento di nuovi contenuti è duplicarli, ovvero copiarli da altri siti o anche duplicarli all’interno dello stesso sito (in questo caso si parla di cannibalizzazione di contenuti). Un contenuto copiato viene immediatamente riconosciuto dal motore di ricerca che non catalogherà più il tuo sito come interessante per quell’argomento, bensì tenderà ad escluderlo dalla possibilità di essere indicizzato. Perché sostanzialmente stai presentando contenuti già trattati identicamente da un altro sito (quindi già indicizzati e posizionati).

Questo problema viene spesso sottovalutato perché si tende a pensare che nel vastissimo mare di internet è impossibile trovare due contenuti copiati, invece è molto più semplice di quanto immagini. Per evitare di duplicare contenuti esistono programmini (molti gratuiti) che possono fare questo tipo di ricerca anche per te in pochissimi secondi. Se pensi invece che “tanto Google non se ne accorge” hai un altro problema… ma è solo tuo ?

Social Media Influencing: punti ad essere migliore o diverso?

Abbiamo visto come la Social Media Strategy si articola in 4 fasi ed esaminato la prima (il social listening). In questo articolo ci concentreremo sul secondo step: il Social Influencing. Per social Media Influencing si intende l’utilizzo dei social media finalizzato ad incrementare l’influenza dell’azienda sul mercato. Attenzione, questa fase non va confusa con l’attività svolta tramite eventuali influencer, che è azione diversa ed analizzata al punto successivo (social networking).

Tra gli obiettivi principali da raggiungere attraverso l’utilizzo dei social abbiamo:

  • Aumento della brand awareness.
  • Aumento del traffico su sito, landing page, social, ecc.
  • Aumento della notorietà dei prodotti/servizi offerti.
  • Aumento dell’engagement.
  • Incremento dei lead e del pubblico per attività di retargeting.

Per capire più a fondo questa fase della strategia social può essere utile rappresentare il funnel del marketing con il classico “imbuto” che si compone di 5 fasi (5A). Spesso definito anche customer journey, il funnel descrive il percorso che trasforma un utente generico in potenziale cliente (lead), poi in cliente ed infine in un cliente fidelizzato e promoter del brand.

IL FUNNEL DEL MARKETING

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Vediamo nel dettaglio le singole fasi:

1.     AWARE: avviene la scoperta del prodotto, lo conosco ed acquisisco consapevolezza.

2.     APPEAL: mi piace e ne apprezzo le sue caratteristiche.

3.     ASK: mi informo, chiedo, acquisisco informazioni, confronto, ricerco, mi convince.

4.     ACT: decido, lo compro.

5.     ADVOCATE: sono soddisfatto dell’acquisto, lo consiglio ad altri (passaparola).

Per ogni fase vanno previste delle azioni da inserire nella social media strategy, come quelle che riporto nella tabella che segue (riadattamento da “Fondamenti di Digital Marketing” – Ninja Academy).

ESEMPIO FUNNEL NIKE

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Ricordi la regola più importante del posizionamento?

Primo o secondo, tertium non datur! L’errore più grande che un’azienda può commettere è affermare (sia nel significato di “dire/comunicare” che di “tentare di acquisire credito”) di essere leader del settore, di avere il migliore prodotto, con le migliori caratteristiche e garanzie, il miglior servizio clienti, ecc.

Eppure è l’errore più comune, che quasi tutte le aziende inconsciamente commettono. E’ un errore che non permette alla comunicazione aziendale di entrare nella testa del consumatore, proprio perché lo fanno tutti. Se diciamo tutti le stesse cose, nessuno dice nulla di nuovo.

Se la tua comunicazione è volta ad enfatizzare le qualità del prodotto, la sua ergonomia, gli infiniti accessori con cui lo puoi personalizzare, lo sconto esclusivo che mi riserverai, che si tratta di un prodotto artigianale, che rispetta l’ambiente… non mi stai dicendo altro che sei il migliore. Il che può anche essere vero. D’altronde chiunque produce qualcosa con amore e passione cerca di farlo al meglio. Ma a dire che sei il migliore dovrebbero essere i clienti.

Migliore vs Diverso

Come venirne fuori? Semplice, uscendo dal loop del confronto su chi sia il migliore, dimostrando di essere diverso, ovvero creando la tua nicchia e posizionandoti lì. Riccardo Scandellari sembra pensarla allo stesso modo, tanto da scrivere nella sua newsletter (Skande Newsletter): “Se ci hai fatto caso, quando consigli un prodotto ad un amico, a meno che non siate entrambi tecnici del settore, non esponi una lista di caratteristiche tecniche, ma racconti come ti abbia permesso di risolvere un problema, come ti ha fatto sentire e quanto è stato semplice farlo. Alcuni di noi acquistano una moto Yamaha e altri una Harley Davidson. Hanno caratteristiche tecniche più o meno apprezzabili, ma entrambe comunicano al mercato valori ed emozioni esclusive. L’emozione viene prima, la fredda lista delle caratteristiche tecniche dopo, perché è importante, ma non quanto gli stimoli emozionali. Acquistiamo beni che infondono un senso di appartenenza e una visione del mondo. I grandi Brand non partono dai prodotti ma dal significato che avranno nelle vite degli acquirenti. Puoi farlo anche tu” (Riccardo Scandellari – Skande Newsletter).

Nell’impostare una corretta social media strategy è dunque fondamentale chiarire il tipo di messaggio che vogliamo veicolare: la mission e vision che vogliamo trasmettere, il percorso per aprire la famosa porta nella testa del consumatore deve essere chiaro e definito!

Alcuni esempi di mission di brand

  • Apple: “Apple si dedica alla crescita dell’uomo, rendendo la tecnologia informatica accessibile a tutti per cambiare il modo in cui pensiamo, lavoriamo, impariamo e comunichiamo”. Apple vuole cambiare il mondo con la sua tecnologia, questo è il motivo per cui un cliente sceglie Apple, per contribuire a cambiare il mondo.
  • Amazon: “Diventare l’impresa mondiale centrata sul consumatore, in cui il cliente possa trovare qualsiasi bene online adatto alle sue esigenze e al miglior prezzo possibile”. Tutti i prodotti del mondo al miglior prezzo, con il miglior servizio. Chiaro perché acquisti su Amazon?
  • Facebook: “Creare comunità e unire il mondo, aiutando le persone a rimanere in contatto con famigliari e amici”. Rimanere in contatto, non ci vuole altro per spiegare perché lo usi.

Esempi perfetti di definizione precisa e puntuale di valori da trasmettere attraverso la strategia di comunicazione. E tu, cosa vuoi trasmettere con la tua strategia di comunicazione?

Quanto tempo dedichi all’ascolto social?

La Social Media Strategy è lo strumento alla base della gestione delle attività sui social media. È una sorta di bussola che guida l’azienda (o il consulente Social Media) nel percorso verso una coerente e produttiva presenza social. Normalmente si articola in 4 fasi, in questo articolo ci concentreremo sulla prima: il Social Listening.

social media strategy

1. Social Media Listening

Il Social Media Listening è l’insieme delle attività finalizzate all’ascolto delle conversazioni online attorno a specifiche keyword, al tuo brand, al settore di riferimento e/o ai competitor. La parola magica è appunto ascolto, attività spesso dimenticata dagli utilizzatori della rete, sempre pronti a dire la loro, quando invece sarebbe fondamentale prima capire che “aria tira”. Tra gli obiettivi principali dell’attività di social listening possiamo includere:

  • Identificare il sentiment del mercato.
  • Identificare il linguaggio del consumatore (ci aiuterà a definire stile della comunicazione e tono di voce).
  • Identificare il gap di prodotto (ci aiuterà ad apportare modifiche di prodotto/servizio così come da richieste dei clienti).
  • Identificare gap di contenuto (ci aiuterà ad integrare i contenuti informativi secondo i bisogni mostrati dai clienti).
  • Identificare influencer e potenziali partner.
  • Reputation.
  • Crisis Management (ci aiuterà a trarre utili informazioni per poter gestire al meglio momenti di crisi).

Il social listening è riconosciuto come elemento fondamentale nei processi di customer service, in quanto i consumatori utilizzano spesso i social media per richiedere assistenza. E’ sempre più frequente ricevere domande, opinioni, suggerimenti e reclami su Facebook o su Twitter, piuttosto che al telefono. Un esercizio utile per iniziare l’attività di social listening potrebbe essere quello di provare a riempire una tabella come quella che propone Ninja Academy (in “Fondamenti di Digital Marketing”), seguendo l’esempio della prima riga:

Social Listening Tabella

I principali strumenti di social listening

Esistono molti software sul mercato che consentono di svolgere al meglio questa attività, di seguito alcuni dei più utilizzati, in ordine alfabetico:

  • Agorapulse
  • Brand24
  • Brandwatch
  • BuzzSumo
  • Digimind Social
  • Falcon.io
  • Hootsuite
  • HubSpot
  • Mention
  • Reputation
  • Sendible
  • Tailwind
  • Talkwalker

A conclusione di questa fase sarai in grado di impostare lo stile di comunicazione ed il tono di voce da adottare per la tua azienda. Si addice meglio uno stile comunicativo passivo, aggressivo o assertivo? Ed il tono di voce? Freddo (burocratico/istituzionale), Neutro (professionale/onirico), oppure caldo (amichevole/colloquiale) o colorato (ironico/aggressivo)? A tal proposito può essere molto utile ricorrere al “termometro” creato da Valentina Falcinelli:

Termometro comunicazione

Definito anche stile e tono della comunicazione sei pronto a… comunicare!
Nel prossimo articolo approfondiremo il secondo punto della Social Media Strategy: il Social Influencing.

In collaborazione con Stroncature la presentazione del libro “To be digital”

Il 6 maggio alle ore 16:00, Stroncature ha ospitato la presentazione di “To be digital” di Alessandro Angelelli (Moondo, 2022). Con l’autore Sergio Bellucci (giornalista, saggista, scrittore, esperto nei processi di trasformazione digitale) e Massimo Giordani (Innovation & Marketing Strategist, Presidente Associazione Italiana Sviluppo Marketing).

E’ stata l’occasione per approfondire le tematiche del digitale: il valore dei dati, il ruolo dei social ed il lavoro implicito. Scoprire le 5 caratteristiche dell’essere digitale. Infine si è guardato avanti, cercando di vedere cosa si prospetta all’orizzonte (VR, AR, MR, Metaverso, Blockchain ed NFT) un mondo fatto di novità ed opportunità, che vale la pena iniziare a conoscere e che non è nemmeno così lontano.

To be digital
To be digital – Libro disponibile su Amazon.

La presentazione del libro avviene in collaborazione con Stroncature, un progetto editoriale libero ed indipendente che persegue un triplice obiettivo:

  1. Proporre agli abbonati strumenti di approfondimento di quanto accade nel mondo a livello sociale, politico, economico e tecnologico e che consentano loro di intuire quello che accadrà.
  2. Produrre analisi non mainstream, ma riflessioni sul futuro della società digitale con particolare attenzione ai temi della libertà e pluralismo, solidarietà e welfare, ricerca scientifica ed innovazione tecnologica. 
  3. Fornire tutto quanto sopra nel rispetto delle libertà altrui con il fine di aumentare le conoscenze collettive.

Non poteva che essere il nostro partner ideale, con il quale nei prossimi mesi proporremo la presentazione di altri libri che approfondiscono le tematiche del digitale, della comunicazione e del marketing 😉

L’ambiente influenza una corretta comunicazione? Tra cellule e nuove generazioni

Bruna Corradetti è una giovane scienziata italiana, un’eccellenza mondiale nel suo settore. La sua storia è il risultato di esperienze acquisite in giro per il mondo, studiando tra i centri di ricerca scientifica internazionali più prestigiosi del pianeta. Nel 2016 ha ottenuto il “Premio Italia Giovane” per l’impatto positivo che il suo esempio ha sulle nuove generazioni, nel 2017 è stata nominata tra le “100 Eccellenze Italiane” premiate a Montecitorio. Prima donna ad essere nominata segretario della European Society for Translational Medicine e nel 2019 ha ricevuto il premio BPW-CUP come riconoscimento del suo ruolo di donna leader nelle discipline STEM. I suoi studi riguardano la comprensione delle informazioni inviate dalle cellule staminali a quelle circostanti in modo da riattivare il potenziale rigenerativo intrinseco del nostro corpo, debilitato da infiammazioni croniche, stress e cancro. Le fa battere il cuore riconoscere i talenti dei giovani e avere l’onore di supportare il loro potenziale. Si batte perché la scienza diventi sostenibile, e sappia insegnare a rialzarsi attraverso le difficoltà per rafforzare il coraggio delle nuove generazioni e accompagnarle nei loro successi.
Il fatto che Bruna abbia scelto Moondo per far conoscere il suo lavoro e per divulgare conoscenza ed avvicinare i giovani alla scienza ci rende orgogliosi. Benvenuta tra noi!


Sviluppo terapie avanzate prende ispirazione dalla socialità dei sistemi biologici

Lo sviluppo terapie avanzate in grado di risvegliare il potenziale rigenerativo del corpo, quando annientato da una malattia o da un’infezione perde coscienza delle proprie capacità, si basa sull’osservazione attenta dei processi che utilizza per funzionare e comprendendo gli errori che commette quando smette di farlo.

Il mio gruppo studia le informazioni che le cellule staminali, cellule con una spiccata capacità terapeutica, sfruttano per comunicare con quelle circostanti. Si tratta di veri e propri pacchetti di parole che cambiano a seconda del programma che vogliono attivare nelle cellule che le ricevono. Quelle parole guidano i processi biologici che ci tengono in salute. Si tratta di veri e propri pacchetti di parole che cambiano a seconda del programma che vogliono attivare nelle cellule che le ricevono. È per questo che le utilizziamo come terapie salvavita!

Comprendere il linguaggio utilizzato dalle cellule staminali rappresenta la strada che stiamo percorrendo per lo sviluppo di terapie biomimetiche avanzate in grado di risvegliare il potenziale rigenerativo del nostro corpo, quando annientato da una malattia o da un’infezione perde coscienza delle proprie capacità. Lo facciamo prendendo ispirazione dai processi che utilizza per funzionare e comprendendo gli errori che commette quando smette di farlo.

Le informazioni scambiate tra cellule staminali e cellule immunitarie hanno un potere enorme e guidano i processi biologici che ci tengono in salute. È per questo che le utilizziamo come terapie salvavita. Eppure, a volte capita che le lettere di quelle parole vengano assemblate in maniera incorretta, che il contenuto di quei pacchetti venga alterato e che si attivino nelle cellule riceventi meccanismi aberranti, con conseguenze negative sul funzionamento del nostro organismo. Comprendere il linguaggio utilizzato dalle cellule staminali rappresenta la strada che sto percorrendo per lo sviluppo di terapie avanzate in grado di educare il nostro sistema immunitario a proteggerci. 

Ma se il corpo sa benissimo come reagire ad un insulto, da dove deriva questa incapacità di reagire? I processi biologici non si discostano molto dalle interazioni che avvengono nella società. L’effetto di un ambiente infiammato sulle cellule staminali, il cui potenziale si definisce sulla base delle informazioni che ricevono, mi ricorda spesso quello che l’esposizione a un ambiente tossico, chiuso, apatico ha sulle nuove generazioni.

La prima reazione è quella di dare il meglio di sé, mobilitarsi per raggiungere l’obiettivo, mostrarsi positivi e propositivi. Anzi, è proprio quando si trovano in un ambiente difficile che le cellule staminali producono segnali utili a riattivare le cellule circostanti, ricordare loro chi sono, sembra sia proprio la sfida a conferire loro un effetto terapeutico così potente. Se l’infiammazione persiste, però, come i giovani, anche le cellule esauriscono le loro risorse e smettono di lottare. Ed è in quei casi che c’è bisogno di un intervento esterno. La chiamiamo terapia cellulare. 

L’ambiente in cui operiamo ha il potere di distorcere la natura di alcune parole e modificarne il significato, con un effetto devastante sul nostro corpo e conseguenze distruttive sulla nostra società. Ha il potere di sostenerci nel raggiungimento dei nostri obiettivi oppure di renderci insicuri e annientarci, per sempre. Non è così che inizia la strada verso la rinuncia a un sogno?

Qual è il posizionamento del tuo prodotto?

Nel mio lavoro mi confronto con imprenditori per elaborare strategie e tattiche di marketing. Prima di iniziare cerco sempre di capire come il prodotto (l’azienda) è posizionato. Spesso è proprio qui che iniziano i problemi. Sono ancora tanti gli imprenditori che sottovalutano l’importanza del posizionamento di un prodotto, senza il quale anche la migliore strategia e la più astuta tattica falliscono miseramente. Vediamo di capirne qualcosa in più.

Prima di ogni strategia di marketing, quindi della definizione delle tattiche con cui realizzarla, occorre definire con precisione il posizionamento del prodotto, che inevitabilmente influenzerà entrambe. Il posizionamento di un prodotto nel marketing: “indica il modo in cui un prodotto trova collocazione nella mente del potenziale consumatore” (fonte dizionario Treccani).

Posizionamento dinamico? No grazie.

In un mondo ibrido reale/digitale gli stimoli comunicativi cui siamo sottoposti sono praticamente continui durante tutto l’arco della giornata. Per questo motivo c’è chi ritiene che sia necessario modificare il posizionamento a seconda del contesto, tanto da parlare di posizionamento dinamico.

Per i cultori di questa teoria si raggiunge il risultato attraverso due metodologie: affiliation e lock-in. Senza entrare troppo nel dettaglio, con affiliation s’intendono le operazioni volte ad alimentare atteggiamenti fiduciari nel cliente (politiche di prezzo eque, velocità nella consegna, tempestività del servizio di customer care, ecc.), mentre con il lock-in si persegue l’obiettivo di far aumentare la percezione degli “switching costs” da parte del cliente (nel caso pensasse di cambiare fornitore).

Il posizionamento è già nella mente del cliente, basta trovarlo

Personalmente ritengo la teoria del posizionamento dinamico una contraddizione in termini. Se una cosa è “posizionata” non si muove (altro che dinamica). Gli preferisco di gran lunga la vecchia teoria del posizionamento di Al Ries, secondo cui l’obiettivo del posizionamento di un prodotto sta nel trovare la “porta” che ci permette di entrare nella mente del potenziale cliente (ecco che ritroviamo il concetto di mente della definizione Treccani). Una teoria datata, ma a mio avviso ancora del tutto valida.

Seppure ogni cittadino, attraverso la rete internet, vive un mondo parallelo (digitale) in cui riceve e produce informazioni e comunicazione, paradossalmente non è comunicando che riusciremo a posizionare e vendere un prodotto, quanto piuttosto entrando per primi nella mente del consumatore con un’idea, un concetto.

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Ma non basta trovare la porta, bisogna farlo per primi! E nel varcare quella porta non bisogna tentare di cambiare l’immagine mentale del cliente, semmai rafforzarla. Capisci bene come il concetto di posizionamento dinamico è per me un nonsense. Il posizionamento è uno, ed una volta trovato è meglio pensarci dieci volte prima di cambiarlo. Si può fare ma è un rischio.

Trovare il giusto posizionamento è operazione complessa, che influenzerà per anni tutte le strategie e le tattiche di comunicazione e marketing. Per raggiungere l’obiettivo occorre abbandonare le logiche convenzionali secondo cui è necessario cercare le caratteristiche nell’azienda o nel prodotto, e sforzarsi di guardare nella mente del potenziale cliente. Lì il posizionamento del prodotto c’è già!

Quando negli anni ’70 ad alcuni esperti di marketing fu chiesto di posizionare la 7-Up, bibita concorrente a Coca Cola e Pepsi Cola, questi decisero di non guardare alle caratteristiche del prodotto. Se lo avessero fatto avrebbero probabilmente convenuto che si trattava di una “bibita al gusto di limone”, “bibita gasata e trasparente”, “bibita dissetante”, ecc. Ma non avrebbero mai trovato l’idea “The Uncola” all’interno di una lattina di 7-Up. L’idea era già nella testa di chi la beveva.  https://www.linkedin.com/embeds/publishingEmbed.html?articleId=7118344906148141446

Altra considerazione, ho accennato al fatto che non basta trovare la porta, bisogna farlo per primi. In un dato settore o sei il primo (leader di settore) o sei il secondo (e ti posizioni in alternativa al primo, contrapponendoti ad esso). Tertium non datur, dicevano i latini.

Se ti chiedessi chi è stato il primo uomo ad aver messo piede sulla Luna? Forse risponderesti correttamente Neil Armstrong. E se ti chiedessi chi è stato il secondo? Ed il terzo? Beh diciamo che l’esempio è chiaro, no? Ma non vorrei lasciarti con il dubbio, quindi il secondo è stato Aldrin, il terzo Conrad ?.

Si parla di posizionamento nel momento in cui si lancia un nuovo prodotto, anche se a volte è necessario tentare di “ri-posizionare” un prodotto già presente sul mercato. Ribadisco, si tratta di un’operazione molto rischiosa e difficile, proprio perché una volta che si è creata l’immagine di prodotto nella mente del consumatore sarà molto complicato (se non impossibile) modificarla.

Perché? Perché ognuno di noi vede, sente, tocca, gusta, odora, ciò che il nostro cervello si aspetta di vedere, sentire, toccare, gustare, odorare. Con buona pace del posizionamento dinamico…

Allora? Il tuo prodotto come è posizionato?

Come è strutturata la presenza online della tua azienda?

Nell’ultimo articolo della newsletter ho accennato al posizionamento del brand ed all’importanza di definire questo aspetto prima di affrontare qualunque ragionamento sulla strategia di marketing. Prima di iniziare c’è ancora un nodo da sciogliere: strutturare la presenza online dell’azienda.

MEZZI PROPRIETARI VS PIATTAFORME

Ieri mi sono imbattuto in un post sponsorizzato che diceva testualmente: “La tua azienda non ha bisogno di un sito web”. Qualche giorno fa un altro: “E’ finita l’era delle web agency” e via a seguire con una serie di affermazioni che avrebbero dovuto giustificare il titolo ad effetto acchiappaclic (clickbait per i puristi della materia?).

La mia posizione in proposito è molto semplice e, come spesso mi capita, la generalizzo rendendola comprensibile a tutti, anche all’oramai famoso pescivendolo mago del marketing.

Mettiamola così: sei un ricco imprenditore, hai una casa grande e spaziosa, con un enorme giardino che decidi di aprire per ospitare persone con cui hai voglia di fare amicizia e socializzare. Le persone iniziano ad arrivare, parlano, si scambiano opinioni, foto, video, si innamorano, si lasciano, insomma, socializzano. Tu investi per far stare sempre meglio i tuoi ospiti. Compri mobili e giochi da giardino, costruisci una bella piscina, aree per picnic, organizzi concerti live, insomma va tutto alla grande!

Nel frattempo la tua conoscenza degli amici migliora notevolmente, scopri che alcuni vengono solo per la piscina ed hanno bisogno di ombrelloni e sdraio. Altri amano frequentare il giardino, parlano di arte e leggono libri, alcuni corrono. Capisci che acquisterebbero volentieri libri o scarpe da running. Così contatti aziende del settore e gli proponi in affitto aree della casa in cui possono esporre e vendere la loro merce. In cambio di un compenso, ovvio. D’altronde sei un imprenditore!

Passa il tempo, si crea e consolida la community. Tutto fila liscio, fin quando qualcuno inizia a pensare che quella bella casa, con quel meraviglioso giardino pieno di gente sia, in realtà, la sua. Ed inizia a comportarsi in modo inappropriato per i tuoi canoni: alza la voce, non rispetta gli orari e le regole (che sono le tue regole, quelle che TU hai deciso per vivere in casa TUA con i TUI ospiti). All’inizio glielo lasci fare, fin quando non supera il limite. Quando per te è decisamente troppo, lo cacci di casa!

Cosa c’è di strano? E’ forse un comportamento anti democratico? Sembrerebbe di no. Ma se la proprietà privata è un social network? E’ esattamente quello che è successo al Presidente degli Stati Uniti Donald Trump durante l’ultima campagna elettorale.

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Approfondiamo meglio l’accaduto e domandiamoci: “E’ normale quello che è successo?” No, non è normale. “E’ corretto?” Forse si, è corretto. E’ giusto tutto questo? Ecco la vera domanda! Ma rispondere a questa domanda implica introdurre una riflessione che svierebbe dal ragionamento inziale: un’azienda può essere online senza un sito proprietario?

Un’azienda può essere online senza un sito proprietario?

A supportare la tesi di chi sostiene che si, si può essere online senza possedere alcun mezzo proprietario, la spiegazione che grazie alle pagine create su piattaforme di terzi (Google My Business, Amazon, Ebay, Facebook, Instagram LinkedIn, YouTube, Twitter, Pinterest, TikTok, Snapchat, ecc.) i siti web per le piccole realtà avrebbero poco senso e sicuramente meno visite delle pagine social.

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E’ come sostenere che si potrebbe vivere nel mondo reale senza una casa (di proprietà, o in affitto), perennemente ospiti di amici, parenti, conoscenti, sconosciuti. Si può fare? Forse. Ma il rischio lo abbiamo appena visto, si può essere sbattuti fuori da un momento all’altro. Senza considerare l’altro enorme rischio legato alla sicurezza: e se il tuo profilo viene “hackerato” e cancellato?

Dall’altro lato chi sostiene che sia necessario possedere uno o più strumenti di comunicazione digitale, magari da implementare con i vari Facebook, Twitter, YouTube e compagnia cantando.

La costruzione della tua identità e presenza digitale costa impegno e fatica, è ragionevole affidarla completamente all’arbitrio di terzi? Con il rischio di scomparire in un batter d’occhio. Puff… Appù!

E la tua azienda? Come è strutturata la sua presenza online? 

Le etichette personalizzate come strumento di marketing

All’interno di una strategia di marketing sono diversi gli strumenti che un’azienda ha a disposizione per accrescere la propria popolarità e autorevolezza, nonché le vendite. Un ruolo particolarmente utile a suscitare l’interesse dei consumatori e a persuaderli è quello delle etichette adesive, biglietto da visita dei prodotti, il primo tramite con i sensi della persona. A questo si affianca quello di fornire informazioni sul prodotto, tra cui quelle obbligatorie.

Coerenza con la marca, capacità di sorprendere, riconoscibilità, ma anche chiarezza e trasparenza; sono tante, dunque, le caratteristiche che una buona etichetta deve rispettare, senza dimenticare ovviamente la qualità di stampa.

In tale contesto diversità e unicità fanno spesso la differenza. Il presupposto iniziale di tutti i progetti di marketing è rappresentato dal posizionamento del brand sul mercato, con il quale ogni marca punta a occupare un certo spazio nella memoria dei clienti. Da questo punto di vista le etichette adesive possono fornire i giusti input al consumatore per abbinare concetti specifici al prodotto, e di conseguenza alla sua marca.

Ma come si fa a rendere le etichette dei prodotti un valido strumento di marketing? Partendo da una progettazione che metta in evidenza i valori del brand e che sia coerente con la sua comunicazione, è importante poi tradurre il tutto in un prodotto concreto che sia funzionale alle esigenze dell’azienda, ovvero in un’etichetta personalizzata.

Le etichette in bobina

Per la creazione di etichette di qualità e personalizzate in virtù dei singoli bisogni, si fa riferimento a quelle in rotolo o in bobina, le più utilizzate ormai dalle aziende di ogni settore. Le etichette in rotolo si preferiscono, infatti, per le maggiori opportunità di configurazione della stampa, anche dal punto di vista delle nobilitazioni. Hanno, inoltre, standard di qualità molto elevati e garantiscono la possibilità di essere applicate anche automaticamente tramite macchina etichettatrice.

Le etichette in bobina sono usate per contenitori e bottiglie di qualunque genere, e assicurano un risultato altamente professionale. È possibile personalizzare le etichette in bobina con facilità, approfittando dei punti di forza peculiari della stampa su rotolo. Le etichette possono essere ovali, rotonde, quadrate o rettangolari, senza limiti né vincoli di alcun genere dal punto di vista del formato, che può essere addirittura fronte-retro.

La fustellatura

Per le etichette in bobina è possibile poi realizzare la sagoma con la fustellatura a laser, non solo con quella meccanica. La fustellatura a laser è la veloce, nonché economica. Il laser, tuttavia, rilascia in corrispondenza dei margini delle etichette un lieve bordino bianco, che risulta visibile sulle etichette a fondo scuro. È importante per cui capire se questo tipo di fustellatura è la migliore in base al tipo di etichetta che si va a stampare. In alternativa quella meccanica resta la scelta ottimale per tutte le etichette con fondo scuro.

Personalizzare etichette online

Personalizzare etichette, quindi, è fondamentale per il marketing di un’azienda. Le opportunità garantite online in termini di configurazione delle etichette sono tantissime, tuttavia è importante saper scegliere tra i tanti fornitori di servizio attualmente in rete.

In questo campo LabelDoo ha costruito una realtà solida e finalizzata proprio a fornire soluzioni ideali alle aziende, di qualunque settore ed entità.

Avendo alle spalle oltre 40 anni di esperienza, questo etichettificio storico mette a disposizione un servizio online che permette di personalizzare le etichette al meglio, con grande libertà di scelta e tantissime opzioni a disposizione. Il tutto con la garanzia di una qualità di stampa eccellente.

Articolo redatto in collaborazione con LabelDoo.

Che tipo di comunicazione propone la tua azienda?

Tutti comunichiamo, lo abbiamo sempre fatto. Oggi lo facciamo ancor di più grazie agli strumenti messi a disposizione dal mondo digitale (siti, piattaforme, social, ecc.), tanto che alcuni studiosi (Luciano Floridi) parlano di Infosfera: un ecosistema informativo in cui siamo immersi e viviamo e che tutti contribuiamo ad alimentare (media classici, ma anche enti, istituzioni, imprese e singoli cittadini).

Paradossalmente questa iper-produzione di contenuti, nel campo aziendale, rende le aziende sempre più editori (e gli editori sempre più aziende). Si assiste cioè ad un processo di trasformazione delle aziende in media company.

Interessante e molto esaustivo in tal senso il libro di Diomira Cennamo (L’azienda media company), che scrive: “Per operare ed essere competitive nel nuovo scenario comunicativo, saturo di informazioni e scarso di attenzione, le aziende devono trasformarsi almeno parzialmente in editori, con un cambiamento radicale che investe l’intera cultura aziendale ed i modelli organizzativi interni”.

Questo processo di trasformazione avviene nel tempo, sicuramente non dall’oggi al domani e non certo con voli pindarici, ma per gradi, attraverso un percorso di migrazione ed adattamento organizzativo interno all’azienda che possiamo sintetizzare (generalizzando per semplicità esplicativa) in 4 fasi, con livello di complessità crescente:

1. Comunicazione transmediale di prodotto. E’ la prima forma di comunicazione aziendale, non esiste azienda che all’inizio non veicoli il proprio prodotto. Es: campagna pubblicitaria AXA, nati per proteggere, basata sulla diffusione di videospot, post social, banner, digital PR, in cui venivano raccontate le storie di agenti AXA che proteggevano i propri assicurati vittime di incidenti/cause naturali, ecc. Il prodotto è al centro e viene comunicato in modo transmediale.

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2. Comunicazione transmediale di brand. Es: campagna Mercedes-Benz lanciata in occasione della festa della donna e che rende omaggio a Bertha Benz (moglie dell’inventore dell’automobile Carl) ed a tutte le donne coraggiose con il video: “The journey that changed everything”. Lo strumento utilizzato è un video ma l’enorme coinvolgimento che crea a livello emozionale (ovviamente voluto) lo rende un esempio transmediale di comunicazione, dal momento che lo stesso è stato citato e/o riportato in articoli di giornale (cartacei e digitali), post su social network, trasmissioni radiofoniche, ecc. In questo caso è il brand ad essere al centro e comunicato in modo transmediale.

3. Comunicazione tramite house organ che veicola valori, vision, mission, CSR, ecc. attraverso una vera e propria redazione interna all’azienda in grado di garantire la gestione di awareness/reputation/recruitiment/crisis ecc. Es. Blog di McKinsey, un vero e proprio house organ aziendale. La comunicazione di notizie, dati, informazioni riguardanti l’azienda è strutturata e segue un vero e proprio piano editoriale.

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4. Media company: l’azienda (o parte di essa) diventa una vera e propria media company. Es: Red Bull, crea contenuti coinvolgenti grazie ad una struttura interna. La comunicazione aziendale viene veicolata attraverso contenuti editoriali che poco hanno a che fare con il core business, ma che creano engagement ed alimentano i valori della community.

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E la tua azienda? In che fase si trova?

Ulteriori info ed approfondimenti nel libro To Be Digital.

Leader o Influencer?

E’ opinione diffusa che la Rete sia il luogo di una comunicazione superficiale, un susseguirsi di botta e risposta, che alimenta il conflitto ed azzera il confronto. Quello che conta è stare sul pezzo, velocità, immediatezza, ma anche superficialità. Non è raro che una notizia venga data prima da un semplice cittadino sul suo profilo social che da un giornale digitale, o che questo ultimo (nato con la possibilità di offrire al lettore fotogallery, video, audio, link, ecc.) finisca con il fornire meno informazioni di uno cartaceo che esce il giorno successivo.

“Stiamo entrando in un’era nuova piena di opportunità che affida a ciascun individuo il potere straordinario di partecipare direttamente alla formazione di notizie ed opinioni”, scrive Vittorio Meloni ne Il crepuscolo dei media.

“Internet è uno strumento straordinario utile all’aggregazione di gruppi sociali […]Parlare contro qualcuno o qualcosa nel tentativo di creare consenso. È un fenomeno a cui assistiamo tutti i giorni, a tutte le ore, ogni volta che entriamo sulla rete e leggiamo i post su Twitter o su Facebook. E’ chiaro che a questo punto la leadership diventa “molecolare”, come si usa dire “uno vale uno”: ma questo è la negazione dell’idea stessa di leadership” (Giampaolo Sodano).

Ecco appunto, l’idea di una “leadership” molecolare (cui accenna Sodano nel libro To Be Digital) mi affascina per la sua contraddizione in termini, riconosciuta dallo stesso autore. E difatti sarebbe più corretto definirla “influenza molecolare”. In Rete siamo tutti alla continua ricerca di “influire sui comportamenti e sulle scelte di un determinato pubblico”, che è esattamente la definizione che il vocabolario Treccani dà di Influencer: “Personaggio di successo, popolare nei social network e in generale molto seguìto dai media, che è in grado di influire sui comportamenti e sulle scelte di un determinato pubblico”.

Ma allora qual è la differenza tra un influencer ed un leader?

La risposta ce la dà Simon Sinek: “Ci sono solo 2 modi per incidere sulle scelte e sul comportamento delle persone: influenzarle oppure ispirarle”.

Ecco, a mio avviso la differenza tra l’influencer ed il leader è tutta qui, nei verbi che ne descrivono l’azione. Il primo influenza, in qualche modo “manipola”, il secondo ispira. E volendo potremmo aggiungere che il primo influenza per vendere, il secondo ispira perchè ha una visione. Un grande leader non necessariamente fa grandi cose, ma consente alle persone di raggiungere grandi risultati.