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Cos’è un prodotto per il cliente?

Secondo il vocabolario Treccani prodotto è: “ciò che si produce o che è il risultato di un’operazione, di un’attività manuale, fisica, chimica, fisiologica, intellettuale e simile”. Questa è la definizione che gli dà sicuramente un’azienda, o un professionista (comprendendovi anche il “servizio offerto”).

Ma quale significato ha un prodotto per il cliente finale? Apparentemente (e molto superficialmente, aggiungo io) potremmo dire lo stesso.

Ma se ci pensiamo un attimo il prodotto per un cliente non è nient’altro che: sensazioni, esperienza, emozioni.

Chi lo dice? La scienza.
Secondo gli studi condotti in materia l’impulso ad acquistare deriva per il 70% dall’emotività e dagli stimoli sensoriali.

Philip Kotler nel libro “Marketing Management” afferma che: “la percezione è il processo mediante il quale l’individuo seleziona, organizza e interpreta stimoli e informazioni per ottenere una visione organica del mondo. Le percezioni sono soggettive e possono variare ampiamente fra più individui esposti alla medesima realtà. Nel marketing le percezioni sono più importanti della realtà, perché influenzano il comportamento d’acquisto dei consumatori“.

Quindi?

Quindi dovremmo riconsiderare il “prodotto”, guardandolo con gli occhi del cliente e non con quelli dell’azienda. Bisognerebbe domandarsi:

  • Cosa prova il cliente quando conosce il nostro prodotto per la prima volta?
  • Cosa quando lo prova?
  • Cosa quando lo acquista?
  • Ed infine cosa quando lo usa?

L’idea di fare acquisti per soddisfare bisogni è tramontata da una vita. E l’avvento del digitale ha, se vogliamo, amplificato ulteriormente questo scollamento.

Non acquistiamo un prodotto perché ne abbiamo bisogno, ma perché riceviamo uno stimolo che colpisce i nostri sensi, perché vogliamo provare un’emozione, o vivere un’esperienza.

Se la tua azienda vende ancora “prodotti”, se non riesci a modificare la tua comunicazione ed il marketing… 🖋☎️ contattami, ci prendiamo un caffè e ne parliamo.

Siamo davvero convinti di aver bisogno delle “notifiche”?

Anni fa, per l’esattezza era agosto del 2014 (ecco la prima abitudine: siglo i libri con la data in cui li leggo) ho letto “La dittatura delle abitudini” di Charles Duhigg. Un libro davvero interessante, che consiglio vivamente di leggere, per capire meglio come la maggior parte delle scelte che compiamo ogni giorno non sono frutto di riflessioni consapevoli, bensì di abitudini.

Per chi si occupa di marketing (soprattutto per chi concorda con la mia definizione: “marketing è qualunque cosa fai per vendere“), un libro che apre la mente.

Il ciclo dell’abitudine in tre fasi

Ma torniamo a noi, e alle nostre abitudini. Di alcune siamo consapevoli (come il mio siglare i libri con la data), di altre no. Queste ultime sono gesti inconsapevoli che facciamo senza nemmeno rendercene più conto. Può essere l’accendere una sigaretta per un fumatore incallito, alzarsi a metà mattinata per il caffè con il collega. Tutte le abitudini hanno la stessa ciclicità, che si può descrivere in tre fasi:

  1. segnale
  2. routine
  3. gratificazione

Il segnale è l’interruttore che dice al nostro cervello di entrare in modalità “automatica” e quale abitudine usare. Hai presente il concetto di “trigger” nel marketing (una condizione che fa scaturire un certo evento, dall’inglese “innescare”), ecco quella roba lì.

Al segnale segue la routine, che può essere fisica (un’azione, un gesto), emotiva o mentale.

Infine c’è la gratificazione, in base alla quale il nostro cervello attribuisce un “punteggio” che rafforza o meno l’abitudine.

Se vogliamo continuare con l’esempio della dipendenza da tabacco possiamo dire che quando un fumatore vede il “suo” segnale (può essere il pacchetto di sigarette sul comodino la mattina, ma anche la tazzina di caffè) il suo cervello anticipa la gratificazione della nicotina, attivando la routine. Il fumatore prende la sigaretta e la accende senza nemmeno rendersene conto.

Le notifiche: il segnale che fa scattare la routine

Ed arriviamo quindi alle nostre care notifiche. Quando il pc ci avverte dell’arrivo di una mail, o peggio lo smartphone suona per avvisarci dell’arrivo di una notifica da un social network, il cervello anticipa la gratificazione del like sul nostro post ed attiva immediatamente la routine. Risultato: afferriamo immediatamente lo smartphone!

Ma siamo sicuri che in quel preciso momento abbiamo bisogno di quell’informazione? E’ davvero così importante da interrompere quello che stavamo facendo? E’ corretto dare a qualcun altro la possibilità di “decidere” quando io debba fare qualcosa?

E se la notifica non arriva? Peggio mi sento!

Pensa agli innamorati. “Gli ho mandato un messaggio WhatsApp un minuto fa e ancora non mi ha risposto…”. “Ho pubblicato una nostra foto e l’ho taggato ieri sera, ancora non ha messo Like, non mi venisse a dire che non l’ha vista?!”. Quante volte li vedete armeggiare con il cellulare, controllando un qualcosa che non c’è ancora, aspettando spasmodicamente una notifica (segnale), per aprire finalmente il social (routine) e godersi la crescita dei Like (gratificazione).

Ora di la verità, tanto siamo tra noi, non capita mica solo agli innamorati…

Il bel libro di Duhigg aiuta a riconoscere come si formano le abitudini, quanto ci condizionano, ma soprattutto come cambiarle. Ecco se non hai tempo o voglia di leggere il libro, ti do io una soluzione terra terra, come spesso mi capita, ma molto pratica: disattiva le notifiche del cellulare! 😅

Fallo almeno quando sei al lavoro. Al limite solo quando sei impegnato su qualcosa di complesso.
Dammi retta, il tuo cervello te ne sarà grato. Guadagnerai in produttività, qualità del lavoro e tempo impiegato per svolgerlo.

Fallo, nulla è impossibile se acquisisci l’abitudine corretta.

Novità LinkedIn: eventi e ricorrenze dei tuoi contatti

LinkedIn ha messo a disposizione (anche se per ora nel Profilo non è presente) un link in cui trovi raggruppate informazioni che riguardano la tua rete di contatti. Si chiama LinkedIn Celebrations (link nella foto). Cliccando su questo link si apre una pagina (vedi foto) in cui vedi elencati i cambiamenti di lavoro, i compleanni e gli anniversari lavorativi dei tuoi contatti di 1° livello in ordine cronologico.

In pratica anziché ricevere le notifiche (che a scelta si possono abilitare nelle Impostazioni) che ci informano di un momento significativo per un nostro contatto, le possiamo trovare tutte riepilogate in questa pagina.

Perché può essere utile? Queste informazioni sono dei “trigger” da sfruttare nei messaggi da inviare per riavviare una relazione, riallacciare dei rapporti professionali, entrare di nuovo in contatto con una persona.

Attenzione: per ora funziona solo da desktop, non da smartphone.

Pagamenti elettronici: non ce la facciamo proprio a crescere

Ne abbiamo combinata un’altra: nella bozza di manovra 2023 il Governo ha sospeso le sanzioni per alcuni adeguamenti dei mezzi di pagamento. Stop alle sanzioni per chi non accetta i pagamenti con Pos se inferiori a 30 euro. Non ce la facciamo proprio a crescere, la digitalizzazione e l’educazione all’utilizzo dei pagamenti elettronici passa proprio per piccoli importi: mi abituo a pagare il caffè, un pranzo, una piccola spesa e poi lo faccio anche per valori più rilevanti. Diventa una abitudine.

E invece niente. Ancora uno stop.

Imbarazzante.

“Ci sono ancora molti luoghi comuni su come i pagamenti con il pos siano sempre troppo costosi. Questo è, a mio avviso, un dibattito vecchio che non tiene conto delle grandi innovazioni che ci sono state, ci sono e ci saranno tra i più diversi sistemi di pagamento”. Lo ha detto ieri il presidente dell’ABI – Italian Banking Association Antonio Patuelli, intervenendo al Salone dei pagamenti a Milano. Guardava al futuro. Forse un po’ troppo in là, stavamo accelerando ma norme così innestano il freno a mano.

Nel mare magnum dei big data, l’unica scialuppa di salvataggio sono le domande

Quello della Data Analysis è sicuramente l’argomento principe del millennio. Il progresso tecnologico ci permette di raccogliere più dati di quelli che ci servono, ma nonostante ciò, alcune aziende non raccolgono nemmeno il minimo indispensabile. Ed allora ecco che, nel mare magnum del bigdata, l’unica scialuppa di salvataggio sono le DOMANDE.

Se si fanno le domande giuste, si possono estrapolare solo i dati necessari senza perdersi nella tentazione di analizzare tutto ciò che è analizzabile. Impossibile peraltro, data la mole a disposizione.

Alle domande giuste, segue l’utilizzo degli strumenti migliori.
Anche qui tanti e disparati per tutti gli usi e i costumi e anche qui, adatti relativamente allo use case.

Ho molto apprezzato questa “piccola”, ma molto qualitativa, preview di quello che è l’encomiabile progetto di Boolean Careers che da subito mi ha messo in condizione di inserire nuovi strumenti nella mia cassetta degli attrezzi.

Quella della Data Analysis è sicuramente una delle competenze che desidero verticalizzare nel breve periodo e credo di aver trovato il partner adatto per farlo.

Le 5 responsabilità di chi comunica

Chiunque comunichi – e chi non lo fa? – deve rendersi responsabile dell’impatto che genera, ovvero ha delle responsabilità.

Quali? Ne ho individuate 5 (basteranno?) e le ho spiegate nella mia nota vocale del lunedì su Telegram.
Te le anticipo in versione sintetica (ma vuoi mettere il gusto di sentirle raccontate con il mio accento veneto?):

  1. La responsabilità di scrivere cose vere e non dannose (per sé e per gli altri), a prova di decontestualizzazione per capirci e a supporto della relazione.
  2. La responsabilità di renderti leggibile e comprensibile: la semplicità è un valore ed è anche un gesto di cura verso chi legge o ascolta.
  3. La responsabilità di non incrementare dinamiche disfunzionali (es. mettere foto accattivanti e sessiste solo per attivare il cervello rettile di chi legge, che poi non si sa perché, ma è spesso il cervello rettile degli uomini).
  4. La responsabilità di scrivere e pubblicare per portare valore, non per esserci e basta.
  5. La responsabilità di prendere una posizione e di usare (anche) la comunicazione per contribuire alle cause in cui si crede, che il cambiamento è impregnato delle parole che scegliamo.

Nella nota vocale argomento ogni responsabilità, la trovi qui https://t.me/Personal_HR

Nuova Intelligenza Artificiale in città

Conosci la Chat GPT e sai cosa è in grado di fare?

Un nuovo algoritmo di intelligenza artificiale sta lasciando a bocca aperta gli esperti del settore e non. E’ stato creato dall’azienda OpenAI che ha come obiettivo quello di creare l’Intelligenza Artificiale definitiva.

Utilizzandolo si ha subito la sensazione di essere proiettati nel futuro, a metà strada tra Alexa e l’assistente personale di Ironman, J.A.R.V.I.S..

A differenza della superintelligenza della Marvel, non riesce a controllare le diverse armature del supereroe (per ora), ma è in grado di assistere il suo interlocutore su una miriade di attività.

Chat GPT: cos’è e come funziona

Conosciuto anche con il nome di chat Generative Pretrained Transformer, si tratta di uno strumento addestrato su una grande quantità di dati di testo, per riuscire e fargli formulare contenuti e risposte molto vicine al linguaggio umano.

Sono diversi i servizi che è in grado di offrire, dal servizio clienti, scrittura creativa e traduzione linguistica.

Alla base della Chat GPT vi è uno dei sistemi di Intelligenza Artificiale, ossia la tecnologia NLP (Natural Language Process), una elaborazione del linguaggio naturale che presta particolare attenzione alle interazioni tra linguaggio umano e computer.

Le persone rivolgendosi alla Chat GPT possono trovare risposte su tanti argomenti, così potendo agevolare il lavoro svolto in diversi settori e soprattutto ci sono delle operazioni che questa tecnologia è in grado di compiere direttamente così velocizzando molte attività lavorative e non.

Un aspetto da non sottovalutare è anche la sua semplicità d’utilizzo così come l’accesso che è possibile fare in versione gratuita registrandosi, oppure accedendo con account già esistente. Ora non vi resta che provare e guardare con i vostri occhi!

Vantaggi e svantaggi

La chat Generative Pretrained Transformer può portare a dei vantaggi come l’accesso a una vasta gamma di conoscenze, dato che è in grado di fornire informazioni su tanti argomenti, oppure dare accesso a degli approfondimenti così da poter aiutare nella presa di decisioni.

Inoltre, può permettere di migliorare il servizio clienti, gestendo le domande più comuni, migliorando così l’esperienza del cliente e l’interazione con la tecnologia, rendendola più coinvolgente.

Tuttavia, anche questa tecnologia presenta dei limiti e degli svantaggi. La Chat GPT, ad esempio ha difficoltà nel gestire domande riferite a concetti astratti o troppo generici e può anche portare problemi legati alla privacy dato che utilizza una grande quantità di dati.

Scenari futuri

La  CHAT – GPT è solo agli inizi e già rappresenta un grande potenziale che in futuro riceverà ulteriori miglioramenti così svolgendo una funzione importante nella vita delle persone.

Ad esempio può essere di grande aiuto ad uno studente, che utilizzandolo potrà approfondire diversi argomenti per lo svolgimento dei compiti, oppure uno scrittore lo potrà utilizzare per trarre spunto ai fini della scrittura e un programmatore informatico per generare in modo immediato un codice.

Il dibattito su quanto l’ IA possa sostituire o meno la conoscenza e il fare umano è sempre aperto. Anche se l’intelligenza artificiale dovesse riuscire in futuro ad avvicinarsi molto al saper fare dell’uomo, non dovremmo comunque mai perdere di vista il valore delle emozioni vere e delle azioni compiute per mano di una persona.

Su cryptovalute e Blockchain gravi errori tecnici in Legge di Bilancio

In questi giorni si sta trattando il tema della regolamentazione delle cryptovalute e della blockchain, ma buona parte dei testi non affronta il tema nel giusto modo sotto l’aspetto tecnico. Lo stesso sta avvenendo nella bozza di bilancio dove emergono falle e gravi errori che penalizzano tutto il settore, in particolare quello non direttamente legato alle criptovalute.

Giusto normare la materia ma questo sarebbe importante farlo con profili nazionali che da anni studiano ed approfondiscono il settore. Le novità inserite tendono infatti a penalizzare tutto il comparto, anche quello del metaverso e della Blockchain, nonché il mondo delle NFT, non necessariamente legato, come noto, al concetto di cryptovalute.

Il fatto che utilizziamo la tecnologia e crittografia delle cryptovalute per scopi diversi quali sicurezza e tracciabilità, non ne determina una connessione imprescindibile.

Penalizzare il settore significherebbe rallentare il progresso tecnologico. Le opportunità che questo mondo può offrire, sono molteplici.

Sono stati eliminati i pagamenti tramite pos sotto la soglia di determinati importi per via delle esose commissioni.

Approssimare e penalizzare il settore non risolve il problema ma alimenta solo l’evasione fiscale ed i reati ad essa connessi.

Sarebbe auspicabile che il Governo cambi la rotta in materia, aprendo ad audizioni presso Camera e Senato.

Conosci il content repurposing?

Ci sono dei biscotti buonissimi che si fanno riciclando degli avanzi di dolci, dal panettone, pan di spagna, torte secche, a cui si aggiunge cacao, amarene, liquore… tutto questo diventa il ripieno di una frolla e si trasforma in un biscotto che se non avete ancora assaggiato fatelo perchè è divino. E’ tipico napoletano ma se passate da Firenze ve lo preparo io, nessun problema.

Cos’è il content repurposing

Il biscotto non c’entra ma il riciclo si. Come ricicli un panettone puoi riciclare un contenuto. Ecco cos’è il content repurposing.
Ti spiego meglio, il tuo pubblico consuma i contenuti in modo diverso. Qualcuno guarderà il tuo blog, altri la newsletter, altri saranno solo sui social, poi c’è chi utilizza il pc e chi lo smartphone. Il modo di fruizione di un contenuto potrebbe cambiare ma l’intento di ricerca dell’utente può rimanere lo stesso.

Tu lo cercherai su google io magari su Spotify per ascoltarlo in formato podcast. Se vuoi raggiungere più persone i tuoi contenuti dovrebbero essere realizzati e riciclati in più formati.

Ricorda che i contenuti migliori si possono riutilizzare!

Le ore passate a creare contenuti giusti, di valore, interessanti sono veramente tante, ecco perchè non possiamo permetterci di lasciarli nel dimenticatoio, come quel panettone che sta seccando nella tua credenza in cucina. Riusalo! Attraverso il content repurposing potresti avere degli enormi vantaggi:

  • Risparmio di tempo e denaro perchè la ricerca e creazione del contenuto è già stata fatta, dovrai solo riproporlo in un formato diverso.
  • Raggiungimento di più persone grazie alle varie tipologie di format proposto.
  • Vantaggi in ottica SEO grazie all’aumento di traffico verso le proprie pagine.

Ma quali sono i contenuti che possono essere riutilizzati? Quelli che hanno avuto maggior successo, interazioni, like, condivisioni, commenti, conversioni. I contenuti evergreen, che continuano ad essere rilevanti nel tempo come ad esempio delle guide, dei tutorial.

Vuoi qualche idea?

  • Hai dei video su YouTube? Puoi rieditarli per altre piattaforme?
  • Hai un articolo su un blog? Puoi creare un podcast? Un carosello per una piattaforma social?
  • Hai delle slide? Potresti creare un webinar.
  • Hai un articolo in versione tutorial? Potresti generare un reel…

Insomma individua i canali giusti, il contenuto da riadattare, definisci gli obiettivi e poi con originalità e creatività inizia a riciclare i contenuti… un pò come faccio io con quel panettone e quei meravigliosi biscottini!

Sai come convincere il tuo capo (o il tuo team) del fatto che la tua è l’idea giusta?

Come convicere il capo o il tuo team che la tua idea è quella giusta? Non basta che l’idea sia ottima in sé.
Naturalmente, deve trattarsi di un’idea buona. Ma, perché sia riconosciuta come tale e accolta, occorre parlarne utilizzando gli argomenti “funzionali”. Con quelli “disfunzionali”, anche la migliore idea del mondo è destinata al cestino.

Ecco, desidero aiutarti a distinguere gli uni dagli altri.
Perché il tuo impegno professionale abbia il successo che merita.

Quando esponi la tua idea e ne affermi la bontà devi spiegare la ragione per cui è buona. E fin qui, tutto ok. La ragione della sua bontà è contenuta nelle premesse della tua affermazione, tecnicamente detta “tesi”.

Un esempio (in soldoni, naturalmente): Hai notato che la parte logistica dell’azienda per cui lavori potrebbe essere migliorata mettendo in atto la tua idea X. Quindi, la tesi (affermazione) che proporrai al tuo capo sarà del tipo: “Dottor Caio, ho avuto l’idea X. È una buona idea perché migliorerà la performance del reparto Y di circa il Z% risparmiando il W% di tempo”.

Hai esposto la tua tesi: “Ho avuto l’idea X”. Ne hai spiegato le ragioni che, rispetto alla tesi, ne sono anche le premesse: “perché migliorerà la performance del reparto di circa lo Z% risparmiando il W% di tempo”.

Hai indicato la “conclusione” di questo ragionamento: “È una buona idea”.

Bene, tutto molto bello. Ma…

Ma in tutto ciò che hai affermato al tuo capo c’è un non detto che è anche la tua “pretesa” e cioè che sia vero il fatto che la performance del reparto sia suscettibile di un aumento dello Z% con un risparmio di tempo del W%. Dunque, dal fatto che la tua premessa è vera discende che la conclusione è vera.

Il legame tra la premessa e la conclusione si chiama inferenza e l’inferenza è “legittima” quando da una premessa vera discende una conclusione vera. Ciò comporta che se da una premessa vera discende una conclusione vera, allora la tua “tesi” è vera. Detto in linguaggio tecnico, se l’inferenza è legittima il ragionamento è vero.

Ecco quando un argomento è “funzionale”: quando la tua “pretesa” è fondata e, quindi, lo è anche la premessa da cui muovi. Guarda: la logica sembra astratta e, invece, entra nella nostra comunicazione concreta, quella di tutti i giorni.

E tu come valuti la tua comunicazione da questo punto di vista?